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CURIOSITÀ PAESANE

(Le informazioni che seguono sono tratte dal libro di G. SAITTO: POGGIO IMPERIALE: Storia, usi e costumi di un paese della Capitanata. Edizioni del Rosone, Foggia 1997)

 

"TARRANOV"

Forse non tutti sanno che Poggio Imperiale, probabilmente unico paese in Italia, ha anche un secondo nome. Infatti, esso è denominato sia da noi poggioimperialesi che dai cittadini dei paesi limitrofi con il nomignolo “Tarranov”, da qui l’attributo “terranovesi” ai suoi abitanti.

Questo antico soprannome è attribuibile al gergo dialettale dei primi “tarnuis”, i quali definivano in questo modo il costituendo centro abitato, Terra, di recente fondazione, Nova.


 

"IL TRATTURO DEL RE"

In occasione della caccia reale organizzata, il 18 giugno 1797,  da Giulio II Imperiale in onore del re Ferdinando IV e di suo figlio Francesco, la corte per raggiungere l’istmo, sito della riserva, attraversò una strada campestre che dal torrente Radicosa conduce a Lesina.

Da allora, per ricordare il regale evento, questa via venne denominata “Tratturo del Re” e con tale nome viene riportata sulle carte topografiche nonché menzionata dai contadini terranovesi.

 

 

IL CIUCCIO

Durante i festeggiamenti in onore dei Santi Patroni, Placido e Michele, era consuetudine paesana la comparsa del “ciuccio”, scheletro di canne rivestito di carta colorata con ornamento di bandierine colorate anch’esse, che il fantasioso costruttore voleva rassomigliare al corpo dell’asino, privo di gambe e con al centro del dorso una buca nella quale trovava sistemazione egli stesso a sorreggerlo.

La sua esibizione era prevista nella serata del giorno in cui si svolgeva la processione dei simulacri dei due Santi per le vie del paese. Nell’intervallo dell’audizione bandistica, annun-ciato  dallo sparo di piccoli mortaretti, compariva sulla piazza il "CIUCCIO", tra l’esplosione di attesa gioia. Esso fra una massa di ragazzi, bizzarro e recalcitrante se così si può dire, piombava ove più fitto era il raduno provocando un fuggi fuggi finto, che culminava fra le generali risate e calorosi applausi alla sparatoria degli innocui mortaretti e l’accensione dei bengala posti nelle nari, nelle orecchie, ai lati e sotto la coda, alla cui accensione provvedeva un aiutante. Lo scherzo teneva in allegro subbuglio l’intera piazza per oltre mezz’ora e cioè fino all’esaurimento degli artifizi. A tal punto il ciuccio veniva posato avanti la chiesa e, a mo’ di olocausto, dato alle fiamme.

Ideatore e protagonista di questo spassoso divertimento era un sordomuto, Michele Braccia, contadino di spiccata intelligenza, buontempone e generoso, ch’era lo spasso dei raduni per la maniera  di saper imitare il genere umano con mimica così ben appropriata da non far rimpiangere la mancanza della parola, soprannominato dai suoi compaesani “u mut de z’ moneke”.

Alla sua morte, anche questa tradizione paesana è del tutto scomparsa e il “ciuccio” rivive solo nei ricordi sbiaditi dei più anziani.

 

IL MALOCCHIO

Tra le superstizioni paesane, molto diffusa ancora oggi, è quella del malocchio, causa dell’emicrania. Questa specie di maleficio, che si manifesta perlopiù con dolori alla testa, si vuole sia causato da uno sguardo gettato con invidia o avversità da una persona nei confronti dell’altra; nella mitologia greca la Medusa era colei che, con il suo sguardo, fulminava le persone.

Esso si svela mediante una originale cerimonia di carattere prettamente privato eseguita perlopiù dalle nostre attempate: mentre si recitano confabulate preghiere, vengono versate delle gocce di olio in un recipiente con dell’acqua. Se le gocce si diluiscono si tratta “dù malocchie”. Per fermare la iettatura, si versano altre gocce fin quando queste non restano dense, dopodiché nel recipiente vengono immesse delle forbici per tagliare il malocchio o anche vengono spenti dei fiammiferi atti a bruciare il maleficio.

 


 

"LU SCAZZAMAURÉLLE", L'AUGURIO DELLA CASA

Una delle credenze terranovesi che per certi versi potrebbe combaciare con la realtà, è quella dello “scazzamaurèlle”, folletto molto vispo, non malefico, ma fastidioso, matterello e, a volte, molto generoso di danaro, definito per questo motivo l’augurio della casa.

La dottrina paesana immagina questo spiritello, dotato di poteri magici ed eletto dai greci loro Nume tutelare, sotto le sembianze di un putto vestito di rosso, con in testa la “scazzetta”, lo zucchetto, dello stesso colore e il cappuccio con il campanello. Si vuole che esso fosse anima innocente di bambino nato vivo e deceduto prima che gli  fosse stato somministrato il Sacramento del battesimo.

La presenza di questo genio giocherellone in casa non è affatto nociva, anzi qualche volta si può rivelare benefica poiché se esso prende in simpatia qualche donna della famiglia, l’aiuta nel disbrigo delle faccende domestiche e la colma di danaro e di oggetti preziosi, purché essa mantenga celato il segreto, che se invece svela, in cambio dei quattrini, riceve cocci.

A tal riguardo piace riportare alcuni episodi accaduti anni or sono a Poggio Imperiale che vedono “lu scazzamaurèlle” quale attore principale.

In una casa di via De Cicco, abitava una famiglia a cui non mancavano mai l’olio e la farina, in quanto al folletto che visitava l’abitazione era simpatica la padrona di casa. Un giorno questa trovò delle monete nel baule e raccontò la scoperta ad una vicina di casa. Da quell’istante il sacco della farina e l’orcio dell’olio cominciarono a svuotarsi, costringendo la donna a rifornirsi dei due alimenti.

Un’altra vicenda vede lo spiritello innamorato, non ricambiato, di una ragazza alla quale non mancava di fare dispetti. Esasperata, la giovane convinse i genitori a lasciare la casa occupata dal dispettoso folletto. Il giorno del trasloco, ultimati i lavori di trasferimento delle masserizie di casa, la ragazza si accorse di aver dimenticato la scopa. Rientrata nella stanza, si trovò di fronte “lu scazzamaurèlle” con la scopa in mano che gli disse: «Dobbiamo andare alla casa nuova?». Si bisticciarono e la giovane donna ebbe la peggio.

Quando il folletto risulta troppo importuno e dispettoso, si pone rimedio col far benedire la casa dal sacerdote. Vuole la credenza, infatti, che la consacrazione delle mura domestiche riesca a scacciare il burloso spiritello.

 


 

IL LUPO MANNARO (U PUMPENAR)

Una delle saghe ancora oggi in voga a Poggio Imperiale è quella “du pumpenare”, inflessione dialettale terranovese di lupo mannaro.

Questo essere, che la medicina definisce licantropo, è colui il quale durante le notti di plenilunio ritiene di trasformarsi in lupo e, percorrendo le vie dell’abitato, lo imita emettendo agghiaccianti e laceranti ululati.

Il termine licantropo deriva dal greco lykos, lupo, e anthropos, uomo, e la sua origine si vuole legata ad una leggenda secondo la quale Licaone, re d’Arcadia e, come abbiamo già visto, padre di Dauno, durante un banchetto offerto in onore agli Dei suoi ospiti, fece servire ai commensali della carne umana.

L’antipatico gesto venne biasimato da Zeus che, per punire l’ingrato Licaone, lo trasformò in lupo.

Il mito di questa leggenda approdò, poi, in Puglia trasportato, forse, dai primissimi colonizzatori illirici giunti con Dauno, dove,  persa l’originaria  identità greca, assunse quella bestiale e sovrumana che la tradizione gli attribuisce.

Coloro che venivano colpiti da questa malattia, secondo l’antica credenza pugliese, erano i bambini maschi nati nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre, i cui genitori per evitare l’afflizione dovevano provvedere a far esorcizzare il neonato.

L’ostico compito spettava al compare di San Giovanni che, per tre notti consecutive, con un tizzone ardente lambiva le piante dei piedini del piccolo, tracciando un segno di croce.

Il modo più efficace per farlo guarire dalla licantropia, le cui violente manifestazioni si crede avvenissero durante il periodo invernale, era ritenuto quello di affrontare il lupo mannaro e colpirlo con uno spillo o un appuntito temperino. La fuoriuscita del sangue malato dalla ferita provocata dal gesto, comportava l’espulsione degli spiriti maligni, causa del malanno, che invadevano il malcapitato.

Da quel momento “lu pumpenare” e l’ardito assalitore diventavano “compari di San Giovanni”, con l'impegnativa intesa di tenere scrupolosamente celata la motivazione.

 


 

IL PONTE DE SALINARO (U PONT DU SALAIOL)

A circa trecento metri dall’abitato, sulla strada che porta allo scalo ferroviario, vi è un piccolo ponticello dove, si dice, sia stato ucciso un uomo che si recava a Poggio Imperiale per vendere il sale. Narrano i nostri vecchi che lo spirito di costui sia apparso, anche sotto forma di animali, a delle persone che negli anni addietro, non essendovi mezzi di trasporto, tornavano a piedi al paese dalla stazione. Da qui, per ricordare le apparizioni, il detto “u pont du salaiol”.


 

MAST'JÈLE

Una credenza poco nota a Poggio Imperiale è quella di “mast’Jele”, giunta fino a noi dal racconto di alcuni anziani di decenni or sono.

Mast’Jèle era un artigiano di nome Raffaele, che in una rissa notturna fu sventrato e morì in piazza nel tentativo di raggiungere la propria abitazione. Sulle tracce di sangue sparse lungo il percorso, appariva un enorme cane mastino che dondolava la testa alla maniera dell’orso; c’era chi invece giurava che l’apparizione era di un somaro spaurito incerto sulla via da percorrere: era l’anima vagolante di Mast’Jèle alla quale era stato negato un posto nell’aldilà, perché morto senza i conforti della Chiesa. Appena annottava, quel percorso era scansato e chi ne era proprio obbligato, lo faceva con animo trepidante, stringendo nelle mani il Santo Rosario.

 


 

"A SEGGIULÈTT"

Nell’immediata periferia del paese, sulla via selciata che conduce all’ex pozzo comunale, sono ubicate le rovine del vecchio mulino a fuoco, rifugio della famigerata “s’ggiulètt”.

Questo immaginario essere della fantasia popolare, fino a qualche decennio fa, era il terrore dei ragazzini che, chiuse le scuole per le vacanze estive, si recavano nei dintorni del mulino per dedicarsi agli svaghi della fanciullezza.

Timorosi di divenire preda del fantasioso mostro, erano anche coloro che, per recarsi al lavoro nei campi, erano costretti a transitare da quelle parti. Ma come e quando è nata questa bizzarra fandonia? È presto detto.

Verso la fine dell’800, intemperie e trascuratezze causarono il crollo della parte alta della ciminiera del mulino, ormai in disuso. La caduta del fumaiolo causò la formazione di una illusoria piccola sedia di ferro che, durante le giornate arieggiate, smossa dalle folate di vento, emetteva sibili sinistri tanto da incutere terrore a chi si trovava nei paraggi del mulino.

Da qui la leggenda, oggi del tutto estinta, “da s’ggiulètt”.

 

 

 

"LO ZERO"

Sulla zona di “Coppa Liscia”, a circa un chilometro ad ovest della vecchia stazione ferroviaria, posta sull'antico tracciato della linea Adriatica Bologna-Bari, c’è un punto denominato “Lo Zero”. Perché mai questa definizione?

Nel 1864, in occasione dell’inaugurazione della suddetta linea, l’intero tracciato venne percorso da un treno appositamente allestito con a bordo un viaggiatore d’eccezione, il re Vittorio Emanuele II.

Nel giorno e nell’ora stabilita, il treno reale si arrestò alla fermata provvisoria scelta allo “Zero”, così detto per un cerchio tracciato sul segnale di fermata posto al lato del binario. Dal riquadro di un finestrino di vagone apparve sorridendo il Re a capo scoperto e nella sua brillante divisa di parata. Levò il braccio in segno di saluto al popolo festante accorso numeroso, Sindaco in testa, al seguito del Vessillo Tricolore. Il Sindaco fu ricevuto sul vagone per l’udienza Reale che fu di breve durata. Fra le entusiastiche acclamazioni il treno ripartì con il Re tornato al suo finestrino per sorridere ancora. L’episodio restò fra i più ricordevoli del tempo, ed i nostri vecchi lo riportavano sempre con rinnovata commozione: avevano veduto il RE!


POGGIO IMPERIALE ... IN BIANCO

Fino a pochi lustri orsono era consuetudine a Poggio Imperiale tinteggiare le facciate esterne delle abitazioni con della calce bianca.

E vedere il nostro paese... tutto bianco, come i trulli della Valle d’Itria o i vecchi borghi del Gargano, doveva essere davvero molto caratteristico. Come mai la decisione dei nostri avi di imbiancare con la calce le proprie residenze?

Questa pratica risale alla seconda metà dell’800 e venne adottata dopo che il Consiglio Comunale, nella seduta del 24 settembre 1878, approvava all’unanimità una proposta del presidente Luigi De Palma, con la quale questi affermava: «che non essendo mai troppa la pulizia tanto esterna come interna del paese, derivando da essa la buona e la cattiva igiene, e potendosi misurare la civiltà di un popolo dalle carra di calce consumate per biancheggiare le abitazioni, così è venuta nell’idea di obbligare tutti i proprietari di case nel Comune alla imbiancatura delle facciate.»

Ma non tutti i terranovesi potevano, a quell’epoca, adempiere alle volontà degli amministratori civici i quali, non dimenticando i cittadini meno abbienti, misero a disposizione della Giunta Comunale, incaricata dell’esecuzione del provvedimento, una somma pari a £. 150, in modo da «far fronte alle spese per quei proprietari riconosciuti poveri.»

Per l’imbianchino (u janchiatòr), incaricato dai terranovesi di porre in fatto la deliberazione consiliare, vi fu lavoro in abbondanza.

L’ultimo di questi artigiani è stato Luigi Stamerra, meglio noto, manco a dirlo, come “Luig u janchiatòr”, leccese di Tuglie, trasferitosi a Poggio Imperiale per praticare quest’arte sin dal 1949.


mestieri ARTIGIANALI DI UNA VOLTA

Il recente sviluppo industriale della nostra Nazione, ha sostanzialmente mutato il rapporto tra l’uomo ed il lavoro e molti mestieri che una volta erano abituali ed utili alla comunità, oggi rivivono solamente nel ricordo dei meno giovani e in qualche sbiadita pellicola fotografica.

Le tradizioni e le opere dei vari artigiani, oggi, sconfitte inesorabilmente dal processo evolutivo, sono andate del tutto perdute.

Rivediamoli, dunque, questi aspetti lavorativi che nel passato hanno soddisfatto egregiamente alle più disparate esigenze del vivere quotidiano della loro realtà.

 L’acquaiolo

Quello dell’acquaiolo era un mestiere che si praticava maggiormente in quelle zone, come la nostra, nelle quali l’esigenza idrica rappresentava un problema giornaliero.

A Poggio Imperiale, almeno fino agli anni ‘40, all’approvvigionamento idrico provvedevano Giuseppe Iadarola ed il figlio Nazario i quali, dopo aver attinto al pozzo comunale, le cui acque sorgono tiepide pur di està, poi temprandosi coll’atmosfera, giravano il paese con una grossa botte e dei barili sistemati su di un carretto trainato da un somaro, rifornendo di acqua i terranovesi, i quali la conservavano nella “sarol” (giara) per poi usufruirne quando occorreva.

La costruzione dell’Acquedotto Pugliese, le cui tubature giunsero a Poggio Imperiale nel 1929, causò l’uscita di scena di questa professione.

 Il banditore

Simile all’araldo che nel Medioevo, preceduto da un rullio di tamburo, annunciava al popolo gli editti governativi, il banditore, impersonificato a Poggio Imperiale dal rodiano Michele Castellucci, aveva l’incarico di aggiornare la comunità sui vari avvenimenti che accadevano in paese: nuove disposizioni assunte dagli amministratori, vendite promozionali dei commercianti, apertura di nuovi negozi, la riduzione nell’erogazione dell’acqua e dell’energia elettrica, oggetti smarriti e via discorrendo. Egli, dietro compenso del Comune o di privati cittadini, percorreva le strade del paese e ad ogni angolo di via, a squarciagola, urlava il suo annuncio.

Con l’avvento dei mass-media, anche questo originale personaggio del folclore locale è stato riposto nell’armadio dell’oblio.

 Il barilaio

Al mestiere dell’acquaiolo trovava attinenza quello del barilaio.

I barili, contenitori costituiti da doghe ricurve tenute assieme da cerchi metallici, erano quei recipienti che, come abbiamo visto, venivano usati per trasportare l’acqua dai pozzi al paese. L’ultimo barilaio terranovese, in ordine di tempo, fu Luigi Palmieri, che tutto il paese chiamava “Luig u varelar”, il cui compito era quello di costruire e riparare barili e botti, oggi sostituiti da capaci e comodi tini in PVC.

 “U carlentin”

Un lavoro concernente una delle basi portanti dell’agricoltura di Poggio Imperiale, la produzione del grano, era quello del facchino, meglio noto in vernacolo come “carlentin”.

Egli, riunito in comitiva, era addetto al carico e scarico di grano sia nelle fosse agrarie, ubicate nella vecchia piazza Imperiale e in molte abitazioni, che nei magazzini. Quest’attività nacque per espresso volere di re Ferdinando II di Borbone, il quale "ha ordinato di formare in ogni Comune delle compagnie di misuratori, vietando inoltre a verun altro individuo l’ardire di misurare".

Tante sono state le comitive dei “carlentin”, l’ultima di esse, in ordine di tempo, comprendeva tra gli altri, Michele Malerba, Nicola D’Amato, Antonio Bubici, Raffaele Finoia, Michele Leggieri, Donato Carlino, Vincenzo Presa e Vincenzo Castellano.

L’innovazione dei mezzi meccanici, sul finire degli anni ‘60, ha soppresso anche questa professione.

Il carradore

Il mestiere del carradore, o carpentiere, ha svolto un ruolo molto importante per Poggio Imperiale che, basando la sua economia essenzialmente sull’agricoltura e sull’artigianato, aveva un impellente bisogno di mezzi di trasporto a trazione animale.

L’opera del carradore era indirizzata alla costruzione e riparazione dei carretti a due ruote, “i trajne”, dei calessi, “i sciarrabbà”, e di quei piccoli carretti, sempre a due ruote, i “trajnèlle”, usati prevalentemente dai muratori per il trasporto dei loro attrezzi.

Erano prodotti di questo artigiano anche le parti in legno delle bardature, i trespoli e i manici in legno per gli attrezzi agricoli.

A rigor di logica ci preme menzionare gli ultimi carradori terranovesi: Nicola Sacco e i fratelli Antonio e Michele Izzo. 

Lo scalpellino

L’attività dello scalpellino era prettamente dedicata alla lavorazione della pietra estratta in loco e la sua abilità si rivelava con la produzione di stipiti, architravi, mensole, cordoli, termini lapidei, basole, davanzali e, buon ultimo, statue e pietre sepolcrali.

Lo scalpellino veniva, inoltre, chiamato dai terranovesi quando, con la bocciarda, doveva “bucciardare” la zoccolatura esterna in pietra delle abitazioni.

Molti furono i paesani che si dedicarono a quest’arte fin dall’apertura delle cave, tra i primi ricordiamo Giuseppe Francavilla e Vito Lorizio, tra gli ultimi Giuseppe Izzo e Rocco Nista.

 

Il sellaio

Un altro mestiere, oggi del tutto scomparso, che si collocava nell’ambito dell’economia agricola paesana, la quale richiedeva l’utilizzazione di molti animali da traino, era quello del sellaio.

Praticata fino ad un quarantennio fa dai fratelli Giuseppe e Michele Pezzuto nonché da Alfonso Bubici, questa attività era finalizzata alla produzione di articoli in cuoio, dalle selle ai finimenti per i cavalli, nonché alle borse e alle cinture per uomo.

 


 

IL CORSO DELLA VITA UMANA

Concludiamo questo ameno capitolo riassumendo le fasi della vita dell’uomo, dalla nascita alla morte, attraverso le tradizioni legate ad ognuno di questi eventi.

Nella cultura popolare, infatti, ogni attimo di vita viene associato ad un rito che ha la funzione di conferire alla vicenda umana un orizzonte storico controllabile, e ad ogni sua fase un preciso significato culturale.

Iniziamo con la nascita e l’adolescenza.

L’attesa per la nascita di un bambino è scandita dalla preparazione del corredino del nascituro, consistente in cuffie, camicine, bavaglini, pannolini di stoffa e vestitini.

Durante i mesi della gravidanza, la gestante era costretta ad assaporare tutto ciò che desiderava e sentiva parlarne, in modo da evitare il formarsi, sul corpo del nascituro, delle “voglie”.

Il parto, al quale non presenziava il futuro papà, si svolgeva un tempo in casa della partoriente, assistita dalla levatrice (a vamman) e dalle donne più intime della famiglia.

La nascita di un maschietto è accolta con maggiore entusiasmo, sia per il prosieguo della casata, sia anche per un migliore impiego all’interno dell’economia familiare.

All’alimentazione del neonato è tutt’oggi legata una credenza paesana che si dice favorisca la poppata del piccolo. La puerpera, infatti, per avere un’abbondante montata lattea, è consigliata di consumare zuppe a base di cipolla (a cepullat), condita con pomodoro, olio crudo, pane e caciocavallo. Il tutto seguito da uno spumeggiante e fresco bicchiere di birra. Alla nascita segue il battesimo, col quale il bambino entra a far parte della famiglia cristiana.

Nel giorno predestinato, quasi sempre di domenica, parenti e amici, con i padrini (i cumpar de San Giuvann) in testa, partecipano alla cerimonia e ai successivi festeggiamenti.

I primi anni di vita del bambino trascorrono sotto la stretta sorveglianza della madre la quale, con doviziosa cura, lo avvia ai primi passi della sua esistenza. Alla crescita del bimbo sono legati la comunione e la cresima, riti religiosi che solennizzano il trapasso dall’infanzia alla pubertà.

A queste occasioni non sono associate credenze particolari, anche se i conseguenti festeggiamenti, un tempo tenuti in casa, oggi si svolgono in un sobrio ristorante della zona.

All’età adulta sono, invece, connessi il fidanzamento (“a trasciut” di una volta) e il successivo matrimonio. Vediamo come ci si fidanzava e ci si sposava un tempo a Poggio Imperiale.

All’”adescamento” e alla fase del corteggiamento, seguiva “l’ammasciat”, la proposta ufficiale di fidanzamento da parte del giovane alla sua innamorata.

La cerimonia si svolgeva a casa della ragazza e vi partecipavano i parenti più intimi delle rispettive famiglie. Nel giorno convenuto, il fidanzato ed i suoi si portavano nella casa della fidanzata che, dopo aver ricevuto gli auguri dai futuri suoceri, porgeva la mano al suo uomo, che le passava al dito l’anello di fidanzamento. Battimani ed auguri e qualche lacrimuccia subito tersa, nel mentre i suonatori intonavano le note della tarantella. Seguivano, immancabili in tali occasioni, le leccornie paesane: tarallucci, “peperati”, caldarroste, ceci e fave “arrasçkat”, innaffiati con dell’ottimo vino di produzione locale.

Era la “trasciut” ufficiale. Da quel giorno il giovane diveniva uno di famiglia, accedeva in casa della sposa a suo piacimento sotto l’attenta vigilanza del “tatà” (padre) della ragazza e della suocera.

Una settimana prima della cerimonia nuziale si esponeva al pubblico il corredo (lu stizzipanne), che costituiva la dote vera e propria della sposa. In questa occasione veniva compilato un dettagliato elenco della merce che in molti casi veniva anche legalizzato.

Finalmente il giorno più atteso, quello del matrimonio. Maggiormente esso si teneva nei mesi estivi, vuoi perché rientravano in paese i parenti emigrati, vuoi anche perché era il momento di maggiore benessere economico della famiglia, in quanto si era da poco tenuta la mietitura.

La mattina del sospirato giorno, lo sposo, a braccetto della madre, seguito dai suoi invitati, si portava a casa della sposa, già pronta nel suo abito bianco, dove si formava il corteo diretto alla volta della chiesa.

Al suo passaggio, la gente lanciava riso e confetti, un modo per augurare alla coppia abbondanza e fertilità.

Al termine del rito religioso, il corteo si ricomponeva avviandosi a casa della sposa, dove si teneva il pranzo nuziale, frutto di fatica di due giorni e passa degli incaricati alla preparazione. Il menù era a base di prodotti locali; tra i piatti preferiti vi era “la gallina al sugo”, al punto che qualcuno ne mangiava più di una tralasciando le altre pietanze.

La festa, tra balli e libagioni, si protraeva fino a sera quando gli sposi, dopo aver dispensato confetti e dolci, chiedevano licenza, e si ritiravano fra calorosi applausi ed auguri allusivi nella nuova dimora per consumare la luna di miele. Aveva inizio la normale esistenza coniugale.

Ai giorni luttuosi infine, è legato “u recunsele”, una tradizione purtroppo in via d’estinsione, che prevede la preparazione del pranzo e della cena ai familiari del defunto da parte di amici intimi. Ma andiamo con ordine.

La notizia della morte a Poggio Imperiale è data dal lugubre suono delle campane, mediante il quale si propaga subito nel piccolo paese. Le primissime cure dedicate al defunto riguardano la vestizione e la pulizia intima. Una volta terminate si depone la salma nella bara (u taute); da questo momento iniziano le visite di cordoglio di famigliari ed amici.

Le donne appartenenti alla famiglia del morto, in segno di lutto, vestono abiti neri, mentre l’uomo indossa la cravatta nera o un bottone in velluto dello stesso colore sulla giacca.

Il momento del funerale rappresenta il definitivo distacco del morto dalla famiglia. Al termine del rito, ricevute le condoglianze al cimitero, i parenti del defunto si avviano alla propria abitazione dove li attende “u recunsele” (il consolo), approntato, come già detto, dagli amici più intimi. Con quest’usanza, risalente all’antica Roma, che ha carattere reciproco, si consolida l’unità della famiglia e la solidarietà della comunità nei confronti del prossimo, valori che la mentalità odierna sta del tutto dissipando.

 

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