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GEOFISICA

 

Il terremoto: un killer invisibile che può far 'davvero' male!

(Breve indagine sulla tettonicità del territorio di Poggio Imperiale e del Gargano)

(di Giovanni Saitto)

 

Effetti del terremoto del 1980 in IrpiniaLa terra oscilla sotto i piedi, le case rischiano di crollare, la gente si abbandona al panico: è il terremoto che è, fra tutti gli eventi naturali, il più imprevedibile e temibile.

Il terremoto che ha colpito la regione marsicana dell'Abruzzo il 6 aprile 2009 apre profonde riflessioni e pone diversi interrogativi sullo stato della situazione tettonica del territorio di Poggio Imperiale, considerato dagli esperti, insieme a tutto il Gargano, ad elevato rischio sismico. Ed infatti, nella classificazione sismica dei comuni italiani indicati nell'ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri N° 3274/03, Poggio Imperiale è inserito in zona 2, zona in cui si possono verificare terremoti di rilevante intensità.

Essendo sorto nel 1759 in un sito alquanto critico dal punto di vista geologico che, in passato, è già stato teatro di eventi sismici di una certa consistenza, Poggio Imperiale, per fortuna, non ha mai vissuto "da protagonista" la tragedia di un "dopo terremoto": di scosse ne sono state avvertite diverse di una certa intensità nel corso dei decenni, come vedremo in seguito, l'ultima delle quali in ordine di tempo, molto forte, quella delle ore 23,07 (21,07 UTC) di lunedì 30 marzo 2009, con magnitudo 2.8 della scala Richter ed epicentro localizzato, dalla Rete Sismica Nazionale dell'INGV, nel territorio di Lesina ad una profondità di 3,1 km (vedi immagine di lato a destra).Mappa del risentimento sismico della scossa del 30 marzo 2009

 In momenti come questi, dopo aver visto in televisione le struggenti immagini che provenivano dall'Abruzzo,  l'ansia e la paura la fanno da padrona e, a ragione, incutono  comprensibili e fondati timori in tutti noi. In tanti  a Poggio Imperiale abbiamo vissuto, sentito e ricordato le due terribili e devastanti scosse del 23 novembre 1980 e del 31 ottobre 2002 che hanno devastato l'Irpinia e la Basilicata la prima e San Giuliano di Puglia la seconda, dove hanno perso la vita ventisette alunni della scuola elementare "F. Jovine", crollata per gli effetti del sisma. Stiamo ancora avvertendo lo sciame sismico tutt'ora proveniente dalla vicina "montagna del sole" o le più forti scosse di "assestamento" della zona marsicana e ogni volta che vediamo i lampadari muoversi o le sedie che dondolano, sobbalziamo dalla paura che possa succedere qualcosa anche in casa nostra.

In questa pagina saranno trattati, brevemente (vista la complessità e la vastità della materia), vari argomenti al riguardo: cos'è il terremoto; come ci si può difendere da esso; il Gargano, una terra ballerina; ma, cosa importante, si può prevedere un terremoto?

Procediamo con ordine partendo dalla materia che tratta questo fenomeno.

La scienza che studia le proprietà fisiche del pianeta Terra è la geofisica (detta anche fisica terrestre); una sua branca è la sismologia, la disciplina che si interessa dei fenomeni sismici, in particolare dei terremoti e la propagazione delle onde elastiche (o sismiche) da essi generate. La sismologia analizza anche altri eventi naturali, quali i maremoti e le attività dei vulcani.

 

Primo quesito: come si forma e cos'è un terremoto?

I terremoti, insieme ai vulcani, sono manifestazioni della vitalità della Terra e consistono in vibrazioni di varia entità della crosta terrestre, causate da un'inaspettata liberazione di energia in un punto profondo della crosta terrestre; da qui si diffondono in tutte le direzioni una serie di onde elastiche, dette "onde sismiche". Ciò è dovuto al fatto che la superficie terrestre, anche se non ce ne accorgiamo, è costantemente in movimento, infatti i terremoti si verificano quando la tensione risultante oltrepassa la capacità del materiale di sopportarla. Questo fenomeno avviene in genere lungo i confini delle 20 placche tettoniche (o zolle) nelle quali è suddivisa la Terra, di cui le più importanti sono: africana, euroasiatica, pacifica, nordafricana, sudamericana e antartica. I terremoti che avvengono nei confini tra placche sono definiti terremoti interplacca e sono in genere più frequenti; quelli che si verificano all'interno delle placche sono chiamati terremoti intraplacca e sono meno frequenti.
I terremoti hanno frequenza giornaliera sul pianeta, ma molti di essi sono brevi e quasi impercettibili. Nel caso di terremoti più forti, la durata può essere di alcuni minuti e l'intensità, dovuta alla propagazione delle onde elastiche, in senso orizzontale (scossa ondulatoria) o verticale (scossa sussultoria), varia a seconda della distanza dall'epicentro del terremoto, cioè dal punto in cui si genera. Spesso un terremoto è accompagnato da forti boati, causati dal passaggio delle onde sismiche all'atmosfera.

Intensità e classificazione sismica

Un terremoto di alta intensità spesso provoca danni alle costruzioni e purtroppo anche morte. Il violento e brusco movimento del terreno può causare cedimenti strutturali agli edifici, provocandone il crollo totale o parziale; alle dighe, con conseguenti inondazioni; cedimenti del terreno (frane e smottamenti) e tutto ciò può causare incendi e fuoriuscita di sostanze pericolose e nocive. Se il terremoto ha la sua origine in mare, si ha un maremoto. Un effetto del maremoto è lo tsunami, cioè una serie di onde originate dall'evento sottomarino; a seconda dell'intensità può essere estremamente pericoloso e devastante. I terremoti sono considerati gli eventi naturali più potenti che possono avvenire sulla Terra.
I terremoti tettonici sono i più devastanti e i meno prevedibili, sono la conseguenza dei movimenti di scorrimento o accavallamento che avvengono tra le zolle che formano la crosta terrestre; l'energia che viene sprigionata è molto alta. Il più disastroso terremoto di questo genere fu quello che devastò l'Alaska nel 1964. I terremoti con magnitudo maggiore sono generalmente seguiti da scosse più lievi, definite repliche. Il punto di origine di un terremoto all'interno della Terra, dove si è originato il movimento della faglia e da dove partono le onde sismiche è detto ipocentro. La proiezione verticale dell'ipocentro sulla superficie terrestre, cioè la propagazione sferica delle onde sismiche, viene definita epicentro. Questa è la zona dove di solito il terremoto causa i danni maggiori.
Carta sismica d'Italia realizzata dall'INGV

La classificazione sismica è la divisione di un territorio in aree distinte che sono caratterizzate da un rischio sismico. Secondo un'Ordinanza del 2003 in Italia gli Enti locali hanno l'obbligo di classificare dal punto di vista sismico ogni singolo Comune in modo da prevenire danni a edifici e persone, a seguito di un terremoto. In base alla zona gli edifici dovranno essere costruiti secondo la normativa antisismica. I Comuni italiani sono stati classificati in 4 categorie principali (a destra la carta sismica d'Italia):

Zona 1: sismicità elevata-catastrofica
È la zona più pericolosa, dove si possono verificare forti terremoti e dove nel passato alcuni comuni sono stati distrutti durante eventi sismici. In Italia 716 comuni sono in questa zona e si trovano nel nord-est del Friuli Venezia Giulia, lungo l'Appennino Centrale e Meridionale (dall'Umbria alla Basilicata); nel sud-ovest della Calabria, in Sicilia, nella zona di Sciacca e Mazara del Vallo.

Zona 2: sismicità medio-alta
In questi comuni si possono verificare terremoti abbastanza forti. Sono presenti 2.324 comuni e si trovano in gran parte del Centro-Sud Italia, in Sicilia, nei luoghi limitrofi alla Zona 1 del Friuli Venezia Giulia e in una piccola parte a est del Piemonte.

Zona 3: sismicità bassa
I comuni presenti in questa zona possono essere soggetti a moderati terremoti. Sono presenti 1.634 comuni e si trovano in una minima parte del Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Toscana. Lazio, Umbria, Abruzzo e Puglia e in gran parte dell'Emilia Romagna.

Zona 4: sismicità irrilevante
I comuni presenti in questa zona sono a basso rischio di terremoto, ma gli edifici pubblici, come scuole, ospedali e caserme devono essere costruiti con criteri antisismici e devono essere messi a norma quelli già esistenti. In questa zona sono compresi 3.427 comuni presenti in Val d'Aosta, Piemonte, Alto Adige, basso Veneto, la Penisola Salentina in Puglia e tutta la Sardegna.
 
Ecco alcune regole da rispettare in caso di terremoto:

Alcune cose da sapere riguardo ai terremoti: 

PRIMA del terremoto

Accertarsi del buono stato della propria abitazione.
- Conoscere il piano di Evacuazione Comunale in caso di terremoto e quali sono le aree di raccolta più vicine all'abitazione e ritenute più sicure.
- Saper chiudere gli interruttori generali di gas, acqua e luce nella propria abitazione.
- Fissare bene alle pareti scaffali, mobili pesanti.
- Conoscere quali sono i punti della casa più sicuri per spessore dei muri, archi portanti.

DURANTE il terremoto

IN CASA

- prima di tutto mantenere la calma
- ripararsi sotto i muri maestri, architravi, nei vani delle porte, sotto i tavoli e negli angoli in genere
- cercare di uscire se ci si trova vicini a una porta di uscita che porta in un luogo ampio e aperto
- tenersi lontani da tutto ciò che può cadere (oggetti appesi, vetri, mobili);
- non sostare sui balconi o sulle scale
- non prendere l'ascensore
- usare il telefono solo in caso di grave difficoltà
- recuperare ciò che è possibile è che può servire in caso di bisogno; maglia, scarpe, una coperta, del cibo, acqua
- cercare di raggiungere i punti di raccolta
- stare lontani dalle spiagge per il pericolo di eventuali maremoti


A SCUOLA

- cercare riparo sotto il banco più vicino perché potrebbero cadere oggetti e distaccarsi parti d'intonaco
- conoscere il percorso più vicino per evacuare l'edificio
- mantenere la calma e non urlare
- mettere in pratica le istruzioni di sicurezza che il personale scolastico ha spiegato durante le esercitazioni
- dirigersi verso il punto di raccolta in caso di evacuazione
- prendersi cura della propria e altrui sicurezza
- rinunciare a compiere operazioni e manovre che non siano di competenza

ALL'APERTO

- tenersi il più possibile lontano dagli edifici e cercare di raggiungere spazi aperti
- non cercare di rientrare negli edifici e anche al termine della scossa rimanere all'aperto
- fermare l'automobile durante la scossa di terremoto e allontanarsi da eventuali rocce che possono franare
- non sostare sopra e sotto i ponti e non uscire dall'auto fino a quando non è terminata la scossa

DOPO il terremoto

IN CASA

Togliere la corrente, chiudere il rubinetto del gas e dell'acqua.
Spengere comunque la caldaia e non accendere fornelli, stufe, candele, accendini: si potrebbero verificare fughe di gas. Evitare di usare il telefono per non intasare le linee: una radio portatile sarà sufficiente per ascoltare i notiziari.

ALL'APERTO

Evitare di sostare presso edifici pericolanti, in prossimità di fabbriche ed impianti industriali. Raggiungere spazi aperti evitando però le spiagge per il pericolo di onde anomale. Non avvicinarsi agli animali i quali potrebbero avere reazioni aggressive a causa dello spavento.
(Fonte:www.terremoti.it)
 

Il Gargano: una terra ballerina

Prima di addentrarci alla scoperta della vulnerabilità sismica del territorio garganico, diamo un'occhiata alla sua formazione geologica e a quella, più in generale, della Puglia.

Le prime tracce della regione Puglia risalgono al Triassico (245-195 milioni di anni fa). Dalla sedimentazione delle acque di Tetide (l’odierno Mediterraneo) si originarono le rocce che costituiranno il basamento della Puglia, e dalle fratture che spesso si aprivano fuoriuscivano magmi che, solidificando, hanno lasciato importanti tracce nel Mediterraneo, tra cui l'affioramento roccioso di Punta Pietre Nere sulla costa di Lesina.

Nel Giurassico e nel Cretaceo, nel bacino di Tetide vanno accumulandosi strati di sedimenti che in seguito si trasformeranno in rocce compatte, con la formazione di calcari del Giurassico e del Cretaceo, calcari che determineranno il basamento della regione lungo 250 km e largo 50 km.

Sul finire del Cretaceo (circa 65 milioni di anni fa), lo scontro tra la zolla africana e quella euroasiatica provoca l'emersione delle rocce italiche e della futura Puglia. Le terre della nostra futura regione sono emerse e sommerse diverse volte nella loro storia geologica, infatti, nel Terziario (da circa 110 a circa 2 milioni di anni fa) si verificano diverse ingressioni e regressioni delle acque marine. In questo periodo si originano rocce sedimentarie come quelle Eoceniche delle Tremiti, del Capo di Santa Maria di Leuca e del Gargano, e quelle Mioceniche del Lago di Varano, di Apricena e quella della "pietra leccese".

A partire dal Pliocene (circa 5 milioni di anni fa) comincia una fase di sollevamento tettonico con la formazione dell'Appennino, ma solo nel Pleistocene (circa 2 milioni di anni fa) si avrà il sollevamento definitivo della regione.

La storia geologica del Gargano, invece, inizia all’incirca 160 milioni di anni fa quando, nel periodo Giurassico, si depositarono le rocce più antiche che ancora oggi sono visibili in affioramento. All’epoca, tutta l’area oggi occupata dall’Italia meridionale era un susseguirsi di aree di mare poco profondo, in cui si depositavano sabbie e fanghi carbonatici spesso bordati da scogliere coralline, chiamate dai geologi piattaforme carbonatiche; in alcune zone del Gargano la presenza di rocce che contengono al loro interno fossili di coralli indicano che questi sono vissuti in un clima tropicale e non sicuramente alle attuali latitudini cui si trova attualmente il nostro promontorio.

Tali condizioni climatiche e paleogeografiche persistono per tutto il periodo compreso tra il Giurassico e l’Eocene (da 160 milioni di anni fino a 40 milioni di anni fa) e solo in parte durante il Miocene (circa 15 milioni di anni fa). Per avere un’idea di come poteva essere l’area garganica insieme al resto dall’Italia meridionale durante quel periodo possiamo immaginarci ambienti con spiagge e isolotti, lagune, piane di marea, scogliere coralline e aree di mare profondo. Nel caso del Gargano, come per numerose catene montuose, il meccanismo responsabile del suo sollevamento va quindi ricercato nella dinamica interna del nostro pianeta (Tettonica delle Placche). Come tutti sanno, la Terra è suddivisa in numerose placche che interessano il suo involucro esterno (la Litosfera). Queste placche sono in continuo movimento tra di loro e lungo i loro bordi si osservano la maggior parte dei fenomeni catastrofici come i terremoti e le eruzioni vulcaniche. Semplificando notevolmente questo quadro globale, si può paragonare la superficie terrestre ad un enorme “autoscontro” planetario, in cui le catene montuose rappresentano il risultato o le “ammaccature” di queste collisioni. Le rocce, come le lamiere di un automobile, vengono ripiegate, contorte, deformate e anche lacerate. Queste collisioni, pero, non sono istantanee ma avvengono lentamente e possono durare milioni di anni. Per ritornare al Gargano, la collisione responsabile della formazione delle varie catene montuose italiane anche se con tempi differenti, è quella avvenuta tra la Placca Africana e la Placca Europea. Il primo sollevamento d’una certa entità del Gargano, dai dati recenti sembra essere iniziato nel Miocene (circa 5 milioni di anni fa) e proseguito con fasi alterne nel Pliocene, quando questa regione inizia ad assumere la morfologia attuale, contemporaneamente plasmata dall’azione degli agenti atmosferici e del fenomeno carsico.
Le faglie così formatesi sono responsabili oltre che dei terremoti, anche in parte del sollevamento del promontorio. Infatti, ogni piccolo o grande terremoto si genera quando l’energia accumulata nelle rocce supera la loro resistenza e queste si “rompono”. La rottura, avviene attraverso la fratturazione delle rocce che si spostano tra di loro (faglie) e l’energia viene dissipata sotto forma di onde sismiche e calore. Le varie faglie riscontrabili nel Gargano possono essere raggruppate principalmente in tre sistemi principali:
1) faglie ad orientamento NO-SE (appenniniche);
2) faglie ad orientamento E-0 (garganiche);
3) faglie ad orientamento NE-SO (antiappenniniche).
Carta strutturale delle faglie che interessano la Puglia

Queste faglie (vedi a destra la carta strutturale delle faglie) si sono mosse in vario modo durante la loro esistenza, che per alcuni risale addirittura al Mesozoico sia lungo il piano orizzontale (faglie trascorrenti) che lungo il piano verticale (faglie dirette e inverse). Le faglie ad orientamento E-0 assumono notevole importanza nel contesto strutturale garganico, in quanto la maggiore rappresentante di questa categoria corrisponde alla ormai famosa “Faglia di Mattinata”, che divide praticamente in due il Gargano e sul suo allineamento o in prossimità di esso sono sorti numerosi comuni come San Marco in Lamis, S. Giovanni Rotondo, Monte S. Angelo e Mattinata. Questa faglia è conosciuta anche come: faglia di Valle Carbonara; faglia Sud-Garganica; Gargano Fault, allineamento S. Marco in Lamis-Monte S. Angelo; linea di Gondola in offshore. Esistono pareri contrastanti sul tipo e senso di movimento di questa faglia, per alcuni si tratterebbe di una trascorrente destra per altri di una trascorrente sinistra infine, è stata considerata come faglia inversa e dopo il terremoto del Molise come indirettamente responsabile dello stesso o quantomeno collegata ad esso. In ogni caso si tratta di una struttura complessa e che probabilmente ha agito ed agisce in diversi modi.

Dal punto di vista tettonico, pertanto, si può affermare che la nostra regione è caratterizzata da una sismicità di un certo rilievo, essendosi verificati alcuni terremoti di forte intensità con gravi danni alle cose e numerose vittime. Essa risente, inoltre, degli effetti degli eventi sismici del Matese, del beneventano e dell’alta Irpinia, aree nelle quali si sono verificati alcuni dei maggiori terremoti della storia sismica italiana, e di quelli, in misura minore, della regione ellenica e del Mar Egeo.

Il terremoto più significativo per l’area garganica è stato certamente quello del 30 luglio 1627, ben documentato dagli studiosi dell'epoca. In occasione di questo terremoto, accompagnato anche da un'onda anomala (tsunami), furono pubblicati i primi esempi di carta macrosismica, con la rappresentazione degli effetti distinti in 4 gradi. Altri significativi terremoti della zona sono avvenuti nel 1223 (IX grado MCS), nel 1414 (VIII-IX), nel 1646 (intensità IX-X), e nel 1875 (VII-VIII). Più recentemente, due terremoti con caratteristiche di elevata intensità sono avvenuti il 30 settembre 1995, con magnitudo di 5.2 e il 29 maggio 2006 con magnitudo di 4,9.

Ma vediamo cosa accadde quel venerdì 30 luglio 1627 in Capitanata.

Il "killer" aveva annunciato il suo "arrivo" sin dall'anno precedente; scosse di lieve intensità, infatti, furono avvertite dalla popolazione da ottobre e fino al 27 gennaio del nuovo anno. Un periodo di apparente calma nella prima parte del 1627, poi di nuovo altre scosse a maggio e giugno. Agli inizi di luglio ci furono giorni di pioggia torrenziale tanto da vedere le campagne piene di acqua, e il 27 un'eclissi di luna per sei ore oscurò tutto l'orbe.

La faglia assassina, comunque, si era già messa in moto e il fatto fu evidenziato da alcuni fenomeni, quali l'intorbidamento delle acque dei pozzi, che avevano assunto un odore sulfureo e l'udito di molti rombi sotterranei: era l'evidente segnale dell'arrivo del "killer". Nulla poteva portare ad immaginare il dramma che da li a poco avrebbe sconvolto la regione. 

Quel drammatico venerdì 30 luglio 1627 il sole, con maggior forza dei giorni precedenti, faceva sentire il suo calore; donne e bambini erano rifugiati nel fresco delle loro abitazioni mentre la maggior parte degli uomini, per tollerare il gran caldo, si tratteneva in strada all’ombra degli edifici.

Giunta l’ora fatale delle sedici, s’udì muggir la terra non a guisa di un toro, ma d’un grandissimo tuono che non se ne può dar comparazione, poiché offuscava l’udito e la mente e subito si vide ondeggiar la terra, a guisa che sogliono le onde nel maggior agitamento del mare.

A questa prima scossa ne seguirono altre, ma quella più intensa e devastante fu la quarta, anticipata da un terribile boato, una scossa così grande e terribile verso ostro, stimata tra il X e l'XI grado della scala Mercalli, che causò la maggior parte dei crolli nei paesi coinvolti nell'area dell'epicentro. I centri che furono maggiormente dissanguati dal "mostro" furono Apricena (oltre 900 vittime), Lesina (150), San Paolo di Civitate (circa 400), Serracapriola (2000 morti), San Severo (800) e Torremaggiore (350). La morte, il più grande ladrone universale, quel 30 luglio fece banchetto opulento. Secondo Antonio Lucchino, un sacerdote di San Severo che descrisse la tragedia vivendola in prima persona, perirono complessivamente sotto le macerie circa 4.600 persone.

Lo sciame sismico continuò ancora per molti giorni e altre forti scosse di terremoto furono avvertite dalla popolazione, che ormai era corsa a trovare un rifugio sicuro nelle campagne della Capitanata, nella notte tra il sabato 4  e la domenica 5 agosto di intensità leggermente inferiore a quella del 27 luglio, che dette il colpo di grazia a Serracapriola (che rovinò tutta non restando alcuna forma completa de habitatione, né pietra sopra pietra) e interessò anche Chieuti, dove crollarono molte abitazioni, e alle ore 22 del 6 settembre, che causò altri crolli nei vari centri già duramente provati dall'arrivo del "killer". Dopo un periodo di relativa calma, in cui si verificarono scosse di livello strumentale, all'alba del 12 luglio 1628 un'ulteriore forte scossa di assestamento gettò la gente nel panico, facendola sobbalzare dal letto e costringendola ad abbandonare le baracche, non ritenendole luogo sicuro.

Nell'area colpita, il sisma, oltre a distruzione e morte, provocò collassi nei terreni e variazioni nel regime idrico delle acque sotterranee. La riva sinistra del fiume Fortore fu segnata da grandi e profonde aperture; inoltre fecero la loro comparsa fontane di acque negre che, dopo un mese circa, sparirono senza vedersi più. Anche i pozzi, persino quelli più profondi, rigurgitarono le loro acque all'esterno e sprigionarono un intenso odore sulfureo. Nei pressi di Chieuti il "killer" sradicò totalmente un intero bosco.

Nel concludere la sua descrizione, il cronista ci dice che tutti vivevano con timore indicibile, aspettando piuttosto la morte che la vita.

La terribile forte scossa del 27 luglio, inoltre, provocò un’onda gigantesca che si abbatté sulla costa settentrionale del promontorio garganico colpendo il tratto di costa prospiciente il lago di Lesina, il litorale di Manfredonia e la foce del fiume Sangro, provocando inoltre l'allagamento della pianura abruzzese tra Silvi e Mutignano e l'inondazione delle campagne di San Nicandro Garganico.

Anche le onde anomale, meglio conosciute col termine di "tsunami", comunque non sono state infrequenti nell’area garganica, sebbene i geofisici intendono per "frequenza" un intervallo di millenni tra un fenomeno e l’altro.

Quello del 30 luglio 1627 è stato uno dei maggiori tsunami che hanno interessato le coste italiane dell'Adriatico meridionale. La zona colpita dal sisma terrestre, dopo un primo ritiro delle acque, venne completamente sommersa dal mare. Il fronte d'acqua associato allo tsunami deve essere stato veramente impressionante: cronache dell'epoca riferiscono che Termoli "precipitò" nel mare. Anche altre città furono interessate dall'evento: a Manfredonia, uscita praticamente indenne dagli effetti del terremoto, si registrò un'onda di 2-3 metri.

Un'importante considerazione riguarda l'estrema pericolosità dell'evento se dovesse ripetersi ai giorni nostri. La zona interessata, infatti, praticamente disabitata all'epoca dell'evento, è oggi sede di un forte insediamento abitativo e numerose strutture turistiche sono sorte a ridosso della costa. Terribile sarebbe il pedaggio da pagare sia in perdite di vite umane sia in danni economici al patrimonio per la distruzione generalizzata che deriverebbe dal verificarsi di un terremoto/tsunami analogo a quello del 1627.

Tuttavia la prova dello tsunami del 1627 è stata accertata dagli studiosi, che hanno analizzato gli strati del terreno a Nord e a Sud della zona di Lesina. In totale sono stati individuati sei depositi potenziali di tsunami, probabilmente relativi a sei terremoti, in due zone. La datazione col radiocarbonio di tre di questi depositi suggerisce un intervallo medio di ricorrenza di 1700 anni per gli eventi di tsunami sul litorale nordico del Gargano e di 1200 anni sul litorale di Manfredonia.

Altri  maremoti di minori dimensioni, conseguenti ad eventi sismici, si verificarono poi nel 1731, con aumento del livello del mare da Siponto a Barletta, e nel 1889, quando il mare del Gargano ebbe solo un leggero sussulto.

 

 

Esempio di depositi di paleotsunami all’interno della sequenza paludosa del Lago di Lesina. Sono visibili due livelli sabbiosi correlati a due distinte onde di paleotsunami. Sulla base delle cronache storiche e delle datazioni radiometriche eseguite, il livello sabbioso superiore (sabbia arancione) sarebbe stato lasciato dallo tsunami del 1627. 

 

 

Comunque, il primo terremoto in assoluto avvertito dai cittadini di Poggio Imperiale, che è sorto come già detto nel 1759, è stato senza alcun dubbio quello del 26 luglio 1805, che ha visto come epicentro la cittadina molisana di Bojano ed ha avuto una intensità del X grado della scala Mercalli, almeno nel punto epicentrale. L'onda sismica generata dal sisma ha portato nel nostro paese una scossa pari al VI grado della Mercalli che, per fortuna dei nostri avi, non fece alcun danno né alle cose, né alle persone. Per lo scampato pericolo, si disse allora per intercessione dell'Arcangelo Michele, da Poggio Imperiale si organizzò annualmente un pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo proprio per rendere grazie al Principe Celeste dell'aiuto prestato in occasione del terremoto. Ma vediamo nella tabella che segue i terremoti che hanno interessato il territorio di Poggio Imperiale, nello sfondo bianco quelli avvenuti dopo la fondazione del paese. 

 

Tabella dei terremoti più significativi che hanno interessato Poggio Imperiale (fonte I.N.G.V.)

 

Intensità

Giorno

Mese

Anno

Ora

Minuti

Secondi

Epicentro
8-9     1223       Gargano
10-11 30 07 1627       S. Paolo C.
9 31 05 1646 4 30   Gargano
9 20 03 1731 03     Foggiano
6 26 07 1805       Bojano
6 21 02 1841       S. Marco L.
5 16 12 1857 21 15   Basilicata
7 06 12 1875       S. Marco L.
7 08 12 1889       Apricena
3-4 06 06 1892       Tremiti
4-5 10 08 1893 20 52   Gargano
6-7 25 03 1894       Lesina
3 08 09 1905 01 43 11 Calabria
4 07 06 1910 02 04  

Irpinia

Basilicata

4-5 13 01 1915 06 52   Avezzano
5 23 07 1930   08   Irpinia
6-7 17 07 1937       Serracapriola
5 15 12 1937 21 25   Capitanata
6-7 18 08 1948 21 12 20 Capitanata
4 09 02 1955 10 06   Monte S. Angelo
4 21 08 1962 18 19 30 Irpinia
5 29 2 1972 20 54   Mare Adriatico
5 23 11 1980 18 34 52

Irpinia

Basilicata

3-4 07 05 1984 17 49 42 Appennino abruzzese
5-6 26 04 1988   53 45 Mare Adriatico
4-5 05 05 1990 07 21 17 Potentino
3-4 26 05 1991 12 25 59 Potentino
5 30 09 1995 10 14 34 Gargano
6-7 31 10 2002 11 32   Molise
4-5 30 03 2009 23 07 17 Lesina
3.2 1 12 2009 15 59 56 S. Nicandro G
2.6 25 05 2010 12 20 43 Lesina

NB: dalla scossa dell'1/12/2009 l'intensità si riferisce alla scala Richter

 

Si può prevedere un terremoto?

Qui c'è aria di terremoto! Quante volte abbiamo proferito questa frase o l'abbiamo sentita dire da qualche nostro interlocutore in giorni in cui il caldo è così opprimente, tanto asfissiante? Non tante per fortuna.

Abbiamo visto, ma era cosa risaputa, che viviamo in una zona ad elevato rischio sismico e dobbiamo assolutamente essere consapevoli che un forte terremoto possa colpire anche le nostre zone. Ma la scienza è in grado, al giorno d'oggi, di avvisare la popolazione dell'arrivo di un sisma? Si può prevedere, in poche parole, un terremoto? Secondo il mio modestissimo parere (da profano, ma interessato alla materia) no, anche se ci sono studiosi che se la sentono di affermano il contrario.

Navigando sul web per approfondire la curiosità, ho trovato alcuni autorevoli interventi di studiosi e giornalisti, che si interessano dell'argomento, e che appunto riportano le due tesi. Iniziamo con quello di Virginia Visani, ex inviato speciale per i periodici Rcs-Corriere della Sera, pubblicato all'indomani del terremoto che il 6 aprile 2009 ha colpito L'Aquila.

 Scrive la Visani: «Alla ricerca di certezze e costantemente critici verso le istituzioni, soprattutto quando queste si rivelano insufficienti a contenere un disastro come il terremoto che ha colpito L’Aquila, troviamo facile appiglio nel dire: il ricercatore che lo aveva previsto è stato zittito sia dal capo della protezione civile sia dal massimo esperto italiano in sismografia.

Peccato, però, che i maggiori scienziati sismologi del mondo concordino nel dire che “le speranze un tempo così lucide di poter prevedere un sisma, stiano oggi diventando sempre più fragili”. Aggiungono inoltre gli scienziati che “si rivela sempre più inutile l’idea di poter avvertire per tempo la popolazione”.

Il dubbio che queste affermazioni siano un voler ”mettere le mani avanti” nel caso che queste si rivelino un fallimento, è molto forte. Tuttavia le argomentazioni portate dai sommi esperti a sostegno dell’impossibilità di prevedere un terremoto, sono molte e documentate.
 Per esempio quelle dell’esperto sismologo Dr. Thomas Heaton del United States Geological Survey in Pasadena, Calif. che pessimisticamente smonta l’ottimismo degli studiosi che lo hanno preceduto.
 Considerando le implicazioni politiche e sociali che tale affermazione può avere, il Dr. Heaton si chiede perché spendere tutti quei soldi nella ricerca se questa si rivela inutile ai fini della prevenzione? Non sarebbe forse più utile che l’ingente somma venisse impiegata per la costruzione di edifici antisismici, ponti e strade più solidi?
 In realtà bisogna dire che lo studio dei terremoti e la conseguente ricerca della loro predittività ha avuto negli anni fortune alterne. Per esempio dal 1950 circa fino agli anni ’80, gli scienziati hanno avuto ragione per esempio nel prevedere un terremoto della città cinese di Haicheng basandosi sulla constatazione dell’aumentato livello dell’acqua potabile.
 Nel rapporto della National Academy of Sciences del 1975 si sono presi a modello due constatazioni. Uno, chiamato “teoria della dilatazione”,è simile a ciò che accade quando si mette il piede nella sabbia bagnata e la sabbia si asciuga proprio attorno al piede. Secondo la spiegazione del Dr. Thomas H. Jordan, esperto in Geofisica del Massachusetts Institute of Technology, il fenomeno è dovuto al fatto che i granelli di sabbia subiscono una rotazione e non aderendo più attorno al piede lasciano scorrere via l’acqua. Si è dunque pensato che lo stesso fenomeno di dilatazione accadesse alle rocce e che queste, lasciando scorrere via l’acqua prima ancora che si verifichi il sisma, potessero indicarne l’imminente pericolo. Oggi però, spiega Jordan, non si dà più molto credito a questa teoria.

La seconda teoria è quella dei segnali precursori e si basa sullo studio delle zone a rischio in quanto già colpite in precedenza da un terremoto. Si è trattato di monitorare dette zone, negli States e in Cina, per osservare percettibili sommovimenti della crosta terrestre che potessero predire l’avvento del sisma. Anche questa teoria si è manifestata non valida. I terremoti successivi si sono verificati in zone assolutamente non prevedibili.

Altri tentativi di predizione si sono fatti seguendo la traccia della nuova Scienza del Caos e della Complessità, per la quale i terremoti sono il classico esempio del sistema caotico e un sisma di magnitudo elevata potrebbe essere il risultato di tanti piccoli, impercettibili sommovimenti verificatisi nel tempo. Ma anche se i piccoli sommovimenti vengono monitorati, noi non saremo mai in grado di predire quando si verificherà il terremoto vero e proprio.

Questa sulla base degli studi e delle ricerche, anche empiriche compiute nel tempo, è tuttora l’autorevole opinione del Dr. Thomas Heaton del United States Geological Survey in Pasadena, California.»

Tesi che sposa in pieno, ma con una possibile apertura ai "previsionisti", anche il geologo del CNR Mario Tozzi in una intervista rilasciata il 6 aprile all'agenzia di stampa APCOM: «I terremoti non sono prevedibili e lo sciame sismico che c'è stato nei giorni scorsi non poteva far prevedere con certezza il verificarsi di un evento sismico, escluso anche dagli esperti. Ma c'è stata una particolarità mercoledì scorso nella zona dell'Aquila, che poteva essere interpretata come previsiva di un evento di proporzioni importanti, come quello che si è verificato, e cioè la liberazione dal sottosuolo di una grande quantità di gas radon. Come geologo ho appreso che anche una settimana prima dell'evento sismico ci può essere un picco di radon. Non è un metodo previsivo certo, ma potrebbe essere interpretato come un segnale di allarme. Ma certamente sulla base del quale non prendere misure come quelle di evacuare un'intera regione. I terremoti non sono prevedibili, ma sappiamo quali sono le zone pericolose e l'Aquila è una delle più pericolose d'Italia.»

Nell'intervista, Tozzi fa riferimento al radon. Questo gas è di origine profonda e può essere messo in movimento se avvengono delle spaccature nelle faglie sotterranee che generano un terremoto.

Per quanto riguarda il sisma che ha colpito L'Aquila, alcuni ricercatori dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso (LNGS) avevano notato una emissione, superiore del normale, del radon e avevano previsto il possibile verificarsi di un evento sismico.

Nel territorio aquilano, infatti, questi studiosi, tra cui il tecnico Giampaolo Giuliani, hanno installato cinque "precursori sismici" in altrettanti siti: a Coppito; nel Laboratorio del Gran Sasso (ospite dell’INFN); in una stanza della scuola De Amicis della città marsicana; a Fagnano e a Pineto. Ma cos'è il "precursore sismico"? Dice Giuliani in una intervista: «È uno strumento in grado di rilevare il radon e di evidenziarne le modifiche di concentrazione. Il "precursore sismico" permette di monitorare i territori e, attraverso la variazione di concentrazione del radon, permette di prevedere un evento sismico con un anticipo variabile dalle 6 alle 24 ore e una efficienza maggiore dell’80%. Le cinque stazioni di cui disponiamo ci consentono di triangolare i dati, ottenendo con precisione l’epicentro ed il grado sismico dell’evento. Attraverso questa macchina ho potuto studiare il comportamento del radon e conoscerne delle caratteristiche non note alla scienza ufficiale perché sprovvista della tecnologia da noi utilizzata. I cinque "precursori sismici" si trovano tutti a più di tre metri sotto terra e, in corrispondenza di un evento sismico, rilevano nello stesso momento lo stesso segnale, creando un grafico perfettamente sovrapponibile.»

E allora, ci chiediamo, perché non si è dato ascolto a Giuliani? Facciamo un passo indietro e vediamo il motivo.

Nel mese di marzo del 2009, Giampaolo Giuliani, notando che i rilevatovi segnalavano un elevato picco di emissione di radon, aveva annunciato che il giorno 29 di quel mese una forte scossa di terremoto, di rilevante entità e dalle conseguenza disastrose, avrebbe interessato Sulmona. La notizia scatenò tra i cittadini della città peligna una sorta di psicosi collettiva, costringendo la commissione Grandi Rischi della Protezione Civile a riunirsi in tutta fretta «per rassicurare la popolazione che non c’è alcun pericolo in corso», che «la situazione è monitorata ora per ora» e che «non è possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un sisma». Contro Giuliani si scagliò Guido Bertolaso, Direttore del Dipartimento della Protezione Civile, che chiese una punizione esemplare per coloro «che si divertono a diffondere notizie false».

Risultato: Giuliani denunciato per procurato allarme.

Ma c'è un "però" che potrebbe avvalere la tesi e gli studi dell'equipe del Giuliani!? Nel 2002 il tecnico, tra il 29 e 30 ottobre, osservò segnali eccezionalmente intensi ed anomali di emissioni del radon: convinto si trattasse di eventi particolari, avvertì i colleghi che, pensando ad un guasto del rivelatore, consigliarono di spegnere la macchina. Giuliani, contro il parere dei colleghi, non spense la macchina, la quale registrò segnali sempre più rapidi e violenti. Decise allora di allertare telefonicamente l’assessore abruzzese alla Protezione Civile, avvisandolo che il rilevatore generava allarmi di notevole intensità prevedendo un evento sismico con epicentro lontano dalla zona aquilana.

L’assessore, per non far apparire insensati gli allarmi di Giuliani, chiese ai responsabili locali della Protezione Civile di organizzare per il 31 ottobre un'esercitazione con i volontari dell’ente, per essere pronti a qualsiasi eventualità. Il 31 ottobre 2002 i sismografi registrano alle 11:32 una forte scossa sismica localizzata a San Giuliano di Puglia, nel Molise, di magnitudo 5.4 della scala Richter, con effetti corrispondenti all'VIII-IX grado della scala Mercalli.

La scossa causò il crollo, sulla parte sottostante, del solaio di copertura di parte dell'edificio scolastico "Francesco Iovine", che comprendeva scuola materna, elementare e media. Sotto le macerie rimasero intrappolati 57 bambini, 8 insegnanti e 2 bidelli. Terrificante il bilancio in perdite di vite umane: 27 bambini ed un'insegnante rimasero vittime del crollo. La scuola elementare fu l'unico edificio a crollare del tutto a San Giuliano di Puglia, anche se altre due donne furono uccise dalla caduta di detriti e calcinacci delle loro abitazioni.

 

Allora?

 

I metodi dell'equipe di Giampaolo Giuliani dovrebbero essere presi in considerazione dalla comunità scientifica?

Secondo Michelangelo Ambrosio, dirigente di ricerca dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) presso il Dipartimento di Fisica dell’Università “Federico II” di Napoli, si: Giuliani ha ragione sul radon.

«Conosco bene Giuliani perché ho lavorato quattro anni con lui.» Scrive il dottor Ambrosio in una lettera indirizzata al dottor Corrado Stillo, responsabile dell’Osservatorio per la Tutela e lo Sviluppo dei Diritti dell’Associazione “Giuseppe Dossetti” di Roma, lo stesso giorno della scossa che ha colpito l'Aquila.

«Negli ultimi tempi ci siamo scambiati dati sulla possibile correlazione terremoti-emissioni di gas Radon. Nei laboratori del Gran Sasso c’è un interferometro laser che registra gli spostamenti della roccia perché il laboratorio è attraversato da una faglia sismica: questa è una cosa nota. Trascurare con superficialità le applicazioni di nuove tecnologie solo perché proposte da ricercatori non appartenenti allo establishment preposto a tale funzione è una negligenza criminale di cui oggi paghiamo le conseguenze.»

Insomma, una conferma della teoria di previsione del terremoto di Giampaolo Giuliani.

«Le tragiche sequenze di queste ore del terremoto in Abruzzo rendono più che mai attuali le indicazioni degli scienziati - si aggiunge nella nota - che compiono studi di vulcanologia come il dott. Giuliani tecnico e ricercatore del laboratorio di fisica del Gran Sasso.»

Anche Corrado Stillo supporta la tesi di Giuliani: «Chiediamo che quanto prima si apra un serio dibattito sul perché studi di previsione dei ricercatori italiani sulla possibile previsione di terremoti non sono presi in considerazione. Non è l’ora delle polemiche, ma è opportuno che in un Paese sismico come il nostro - sostiene Stillo - gli studi sulle previsioni basate sull’emissione di gas radon siano valutate come avviene in altri Paesi, tra cui il Giappone, dove da tempo i dati sul radon vengono presi ed analizzati dagli esperti.»

 

 

 

Insomma, Giuliani, siccome non appartiene all'establishment scientifico, dovrebbe essere considerato un eretico, un uomo, un tecnico da additare al ludibrio scientifico, da mettere all'angolo?

Se fossi stato un geofisico (materia che mi ha affascinato fin dai tempi della scuola) avrei approfonditi i miei studi sul radon. Purtroppo  non essendo uno studioso di terremoti, ma navigando in quel mondo villaggio che è internet, posso affermare con certezza che di radon per lo studio degli eventi sismici se ne parla da almeno 30 anni. Degli studi sul gas radon, e sul rapporto che intercorre tra il radon e i terremoti, da diversi decenni la comunità scientifica si interroga, in silenzio e in modo molto approfondito, su numerosissime ricerche riferite proprio a questo gas che potrebbe essere utilizzato come “precursore sismico”.

Basta digitare “radon earthquake precursor” su Google scholar che si possono osservare, e consultare, i risultati di molte ricerche i cui contenuti non sembrano tanto soddisfacenti da poter consigliare di utilizzare questo metodo per prevedere i terremoti.

Le prime anomalie dei valori del Radon furono rilevate nel 1966 quando, in occasione del disastroso terremoto di Tashkent in Uzbekistan, i livelli di gas nell'acqua dei pozzi salirono bruscamente. Da allora si è sviluppata la teoria secondo la quale il radon accumulato nelle rocce potrebbe essere utilizzato come possibile indicatore premonitore di eventi sismici, liberandosi non appena le tensioni sotterranee si avvicinano ad una soglia critica. Sono così iniziate misure sistematiche delle variazioni temporali del radon in altre zone sismiche, soprattutto in California, in Cina e in Islanda. Il sismologo Tsuneji Rikitake, si legge nel sito dell'Osservatorio geofisico di Novara, segnala dodici casi di variazioni nella concentrazione di radon direttamente correlati ad eventi sismici.

Il fenomeno è stato studiato per otto anni lungo la Rift Valley, l'imponente frattura tettonica che corre da nord a sud lungo la porzione orientale dell'Africa, nei pressi del Mar Morto; gli studi hanno rivelato che, all'interno della faglia, entro tre giorni dai picchi di radon si sono verificati 40 terremoti contro i 22 statisticamente attesi. Gli studi passati hanno evidenziato due possibili tipi di anomalie nei valori del radon: a lungo ed a breve termine.

Nelle prime le concentrazioni di Radon cominciano ad aumentare parecchi mesi o addirittura anni prima dell'evento sismico, sino a raggiungere valori anche 3-4 volte maggiori del valore di fondo; le seconde iniziano invece alcuni giorni o qualche mese prima dell'evento sismico e presentano ampiezza generalmente molto maggiore delle prime, fino a raggiungere valori due ordini di grandezza superiori al segnale di fondo.

È vero che i terremoti oggi non possono essere previsti con certezza, ma è altrettanto vero che la prevedibilità di un evento è un obiettivo scientifico realistico, tanto che Ian Main, sismologo dell'Università di Edimburgo, ha definito quattro livelli di predizione:

1) eventi indipendenti nel tempo, indagati su base statistica e sull'osservazione di eventi precedenti;

2) eventi legati alla variabile tempo e in questa prospettiva valutati;

3) eventi prevedibili in base a determinati segnali (il radon, ad esempio);

4) eventi del tutto prevedibili nel tempo e nello spazio, e in grado di lasciare il tempo ai provvedimenti di evacuazione.

 

Nonostante ciò, tutte le ricerche effettuate in tal senso non hanno mai dimostrato, fino ad oggi, quel costante rapporto di causa-effetto che, se provato, avrebbe già affermato da tempo la prevedibilità dei terremoti. È infatti vero che, alcune volte, lo abbiamo appena visto, il radon anticipa devastanti eventi sismici. Ma è anche vero che altre volte a un elevatissimo picco di “emissione” del radon dal sottosuolo non è poi seguito un terremoto, e che ci sono stati anche molti terremoti distruttivi senza che fossero anticipati da questo tipo di segnale precursore.

Dopotutto anche Giuliani ha sbagliato: non è vero che, come ho già detto, a fine marzo 2009 aveva previsto un terremoto distruttivo a Sulmona? Che poi fortunatamente non si è verificato. E l’aveva previsto otto giorni prima del ’vero’ terremoto che poi realmente si è verificato.

Se ci si fosse basati sulla previsione di Giuliani, si sarebbe dovuto evacuare Sulmona. E dove si sarebbe portata la gente? Forse all'Aquila? Probabilmente otto giorni dopo avremmo avuto più vittime.

Di conseguenza, affermare che oggi i terremoti non si possono prevedere è assolutamente corretto e preciso, ripeto questo lo affermo da profano e non da studioso della materia. Ovviamente dire che i terremoti oggi non si possono prevedere, non significa che non sarà mai possibile arrivare a predire il possibile momento del sisma. Nella scienza, campo in continua evoluzione, nulla è impossibile. E ben vengano tutti gli studi che possano aiutarci a fare dei passi avanti proprio nel mondo della ricerca scientifica. La prevedibilità di un evento, quindi, è un obiettivo scientifico realistico, fondamentale e primario.

La presenza del radon in eventi sismici importanti, come nell'ottobre del 2002 poco prima del terremoto di San Giuliano, ha spinto una società italiana, la Caen di Viareggio, leader nella fornitura di sistemi di "Identificazione a Radiofrequenza", a mettere a punto strumenti per la misurazione del radon. Al progetto partecipano anche la Fondazione Nixon e la Duke University, che si trova a Durham, North Carolina. L'obiettivo è la creazione di un sistema di allerta che funzioni come quello che indica l'avvicinarsi di uno tsunami.

Lasciamo lavorare serenamente gli scienziati, sicuramente prenderanno in considerazione anche il rapporto "radon-terremoto". Però è giusto dire una cosa: non è tanto la previsione che salva vite umane, ma la prevenzione.

Anche se è molto difficile e complicata attuarla perché la prevenzione richiede spese ingenti sia per la ristrutturazione di vecchi edifici, di cui l'Italia è piena, sia per le costruzioni ex-novo.

Consideriamo che non è il terremoto ad uccidere le persone, sono gli edifici stessi a farlo. Il terremoto che ha sconvolto l'Aquila ha avuto una magnitudo relativamente bassa (5.8 scala Richter), una magnitudo con la quale paesi come il Giappone o la California convivono da sempre. In Giappone hanno una media di tre terremoti al giorno eppure hanno ponti, grattaceli, edifici sempre intatti. Questo perché l'ingegneria edile è stata costretta dalle circostanze ad evolversi enormemente in campo antisismico. Per ritornare al discorso e alla tesi di Giuliani, credo che tutti dovremmo riflettere su un quesito: mettiamo il caso che si predica che all'ora X, del giorno Y, nel posto Z ci sarà un terremoto catastrofico. Cosa accadrebbe? Come è organizzato il piano di evacuazione? Come si convincono gli anziani del paese o della città ad andarsene? Dove saranno ospitate le centinaia di migliaia di persone in così breve tempo? E le attività lavorative che si interrompono? Ma soprattutto, una volta che è arrivato il terremoto ed è avvenuta la catastrofe. Queste persone evacuate cosa faranno? Va bene, si sono salvato vite umane con la previsione, ma la città non c'è più, i posti di lavoro non ci sono più, non c'è più nulla, a parte il sollievo di essere ancora vivi, lo scenario sarebbe comunque desolante, opprimente: distruzione, migliaia di vite che devono ripartire da zero. Ecco invece cosa accadrebbe con la PREVENZIONE: abbiamo speso dei soldi in più per le strutture antisismiche (nulla in confronto ai costi di una città distrutta); arriva il terremoto, tanta paura, però, si sono salvate molte vite umane ed una intera città. La vita di ognuno può ricominciare non appena tutto si tranquillizza. Come prima, nel solito posto di prima, insieme a coloro che si vuole bene. Sicuramente gli studi sul radon, altre teorie sulla previsione saranno prese in considerazione dalla comunità scientifica, ma non illudiamoci: la previsione non potrà mai essere precisa e, se lo potrà essere, non sarà certamente la soluzione più opportuna.

Allora, prima che gli esperti riescono a prevedere, preveniamo!

 

Fonti:

http://www.agi.it

http://www.ingv.it

http://www.ilcorriere.it

http://www.repubblica.it

http://www.terremoti.it

http://www.mondimedievali.net

http://vicodelgargano.wordpress.com

http://www.agoravox.it/Prevedere-un-terremoto-si-puo-non.html

http://peppecaridi2.wordpress.com/2009/04/08/gli-studi-sul-radon-e-la-prevedibilita-dei-terremoti-una-delle-piu-grandi-sfide-della-scienza

A. Lucchino: Memorie della città di San Severo e suoi avvenimenti per quanto si rileva negli anni prima del 1629 - Felice Miranda Editore - Foggia 1994

 

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