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IN RICORDO DI ......

 

 

PRIMIANA LIGGIERI: UNA VITA PER L’AZIONE CATTOLICA

Il commosso ricordo di una colonna dell'Aziona Cattolica

di Alfonso Ciccone

 

Mercoledì 16 aprile 2008 in punta di piedi è ritornata alla casa del Padre, Primiana Liggieri di settantadue anni di Poggio Imperiale.

Sin da giovanissima, era l'anno 1949, fu subito attratta dallo spirito evangelico, comunicativo e formativo di suor Franca Pessina, della quale lo scorso mese di febbraio è stato solennemente celebrato a San Severo il 20° anniversario della morte.

Primiana, insieme ad un nutrito gruppo di giovani ragazze, che ancora oggi sono la colonna portante delle donne di Azione Cattolica, si formò alla scuola delle Suore Sacramentine di Bergamo, che nel loro Istituto di Poggio Imperiale organizzavano corsi di ricamo e cucito oltre che corsi di formazione religiosa e spirituale.

Agli innumerevoli ritiri spirituali, che ne plasmarono la sua fede, pur di non mancare, portava con sé i figli, allora in tenerissima età. Successivamente questo gruppo, sotto la generosa e tenace guida di don Giovanni Giuliani, per tutti don Nannino, costituì la Gioventù Femminile di Azione Cattolica prima e l'Azione Cattolica unitaria dopo.

Primianuccia, come affettuosamente tutti la chiamavamo, ha vissuto l'Azione Cattolica non solo come luogo d'incontro, ma di momento associativo di dialogo e di approfondimento sui temi più diversi che la vita quotidiana e di fede volta per volta suggeriva. Per lei L'Azione Cattolica era soprattutto terra di missione; luogo adatto per per incarnare il comandamento dell'Amore e della Carità; luogo profetico in cui testimoniare la speranza in Cristo Risorto.

Da giovane ha svolto il ruolo di catechista oltre che quello di animatrice di incontri di preghiera, spesso andando anche da sola presso le famiglie per recitare il Santo Rosario. Ha sempre fatto parte del Consiglio Parrocchiale di Azione Cattolica in rappresentanza del gruppo degli adulti. La sua è stata una vita esemplare fatta di apostolato e di servizio sobrio e discreto, generoso e pieno di fede, oltre che alla famiglia, all''Azione Cattolica  e a tutta la comunità parrocchiale.

La fede nel Risorto ha plasmato tutta la sua esistenza e la testimonianza ultima è la serenità con la quale ha vissuto la malattia pur nella consapevolezza della sua gravità. Mai una lamentela, una lagnanza, una protesta. Solo tanta speranza e soprattutto tanta fede nell'offrire al Signore la sua sofferenza.

Una folla immensa ha partecipato alla cerimonia funebre officiata dal parroco, don Luca De Rosa, che ha avuto per Primiana parole di stima per la sua testimonianza di fede, indicandola come esempio per tutta la comunità.

Lascia il marito, Giuseppe Saccone, che non l'ha mai impedita nella sua missione di apostolato, i figli Michele ed Elena oltre ai nipoti Giuseppe e Gaetano.

 

 

PLACIDO MALERBA: UN TERRANOVESE VITTIMA DELLA RIVOLTA DELLA "CATANZARO"

Le memorie di un soldato caduto nella Grande Guerra

di Giovanni Saitto

   

Santa Maria la Longa (Udine), domenica 15 luglio 1917. Nei baraccamenti posti nelle immediate vicinanze del paese friulano stanno trascorrendo un periodo di riposo i fanti della “Brigata Catanzaro”, costituita dal 141° e 142° Reggimento Fanteria. I fanti sono stressati dal lungo tempo passato in prima linea e gli alti comandi hanno previsto per loro un lungo periodo nelle retrovie. All’improvviso, come un fulmine a ciel sereno, accade qualcosa di inatteso. Un fonogramma, giunto nella tarda serata, richiama in trincea la Brigata. Esplode la protesta degli uomini in grigio-verde. Si spara con le mitragliatrici. Si lanciano addirittura alcune bombe a mano. Si manovra come se si avesse davanti il nemico. Sono prese di mira le baracche degli ufficiali e si spara ad altezza d’uomo, cercando di colpire chi tenta di fare da paciere. Alcuni militari si portano nei pressi dell’abitazione del conte di Colloredo Mels, dove si pensa risieda il poeta-soldato Gabriele D’Annunzio, sparando colpi di fucile all’indirizzo dell’abitazione. Si contano i primi morti e feriti, tra cui il fante poggimperialese Placido Malerba: una pallottola gli si è conficcata al basso ventre, provocandogli una ferita molto grave che, il giorno dopo, gli costerà la vita. La rivolta prosegue per tutta la notte e si placa al sopraggiungere di una Compagnia di Carabinieri, quattro automitragliatrici, due autocannoni e reparti della cavalleria. Nella notte, sedata la ribellione, il Comandante della Brigata ordina la fucilazione di quattro soldati, scoperti con le canne dei fucili ancora calde. Avviene quindi la decimazione del resto della Compagnia. All’alba del 16 luglio, sedici fanti (4+12 decimati) vengono passati per le armi a ridosso del muro di cinta del cimitero di Santa Cecilia e posti in una fossa comune. È il primo caso di ammutinamento nelle file del Regio Esercito, un’onta che ancora oggi macchia il nome di una delle Brigate di Fanteria più eroiche del nostro Esercito: la "Catanzaro".

Quartogenito di Michele Malerba e Maria Giuseppa Cristino, Placido nasce a Poggio Imperiale il 16 settembre del 1896.

Non conosciamo nulla dell’infanzia di Placido, senz’altro il ragazzo avrà avuto un’adolescenza alquanto difficile: quella di un bambino qualsiasi della Poggio Imperiale di inizio Novecento, fatta di stenti e di rinunce. Figlio di un cantoniere delle ferrovie, nonostante la famiglia vivesse in un casello a guardia della tratta ferroviaria Foggia-Termoli, il ragazzo frequenta la scuola imparando a leggere e a scrivere, come da lui stesso dichiarato all’atto della visita di leva.

Passano i giorni, gli anni, Placido cresce trascorrendo le spensierate giornate in aperta campagna, giocando e rincorrendosi con il fratello Matteo, di due anni più grande. La sorella Filomena, del 1889, invece, aiuta la madre nel disbrigo delle faccende domestiche. È una famiglia umile, ma molto unita quella di Michele Malerba, che si accresce il 1° maggio del 1899, quando viene alla luce il terzo dei maschi, Stignano.

Ma la felicità in casa Malerba dura pochi mesi, poiché il 28 novembre del 1900, appena trentacinquenne, muore il capofamiglia Michele. Non potendo più restare nei locali delle ferrovie, Maria Giuseppa decide di far rientro a Poggio Imperiale con i quattro figli, tutti di minore età.

Passa qualche anno, Filomena è cresciuta, è diventata una donna, una gran bella donna, su di lei hanno messo gli occhi diversi giovani poggioimperialesi; lei si innamora di Giuseppe Lellis, anche lui un bel ragazzo, di mestiere fa il calzolaio, ma appartiene ad una buona famiglia. Maria Giuseppa combina il matrimonio con la famiglia del giovane e il 3 agosto del 1905 in casa Malerba si festeggia il matrimonio tra Peppino e Filomena.

Due anni dopo, la coppia è rallegrata dalla nascita di una bambina: il 18 settembre, infatti, Filomena dà alla luce Maria Nicola. Ma non c’è tempo per gioire, perché pochi giorni prima di Natale, precisamente il 21 dicembre, alla non tarda età di trentasette anni, abbandona la vita terrena anche Maria Giuseppa Cristino: sono passati appena sette anni dalla morte di suo marito.

Rimasti orfani di entrambi i genitori, i tre ragazzi, Matteo, Placido e Stignano, sono accolti in casa della sorella, la quale dopo un mese e quattro giorni dalla dipartita della madre è costretta a piangere ancora una volta: il 25 gennaio, infatti, la piccola Maria Nicola diventa un angelo del Signore.

Passano i mesi, in casa Lellis le giornate non sono più gioviali come lo erano poco tempo prima; il rapporto tra i coniugi si è incrinato: la presenza in casa dei tre cognati infastidisce Peppino. Nonostante tutto, Filomena resta ancora una volta in stato interessante: sembrano del tutto dissolte le discordie, ma il 3 marzo 1909 scoppia ancora una lite, questa volta molto più furibonda delle altre volte. Giuseppe Lellis ha uno scatto d’ira e colpisce la moglie; Filomena accusa un malore: interviene prontamente il medico, che non può far altro che constatare la morte della giovane donna e del bambino che ella portava in grembo.

Placido, con i fratelli Matteo e Stignano, ora è rimasto davvero da solo, ma non c’è da disperare, ai ragazzi penserà la nonna materna, Maria Michela Maiorano, che li accudirà fino a quando ognuno di loro prenderà la propria strada.

Diventato ormai adulto, Placido intraprende l’arte del muratore dando così un notevole contributo all’economia della famiglia. Sono lontani ricordi, ormai, i tristi giorni degli anni passati, legati alla prematura scomparsa dei genitori e della cara sorella Filomena, la mente del giovane sembra serena, ma il futuro che lo attende non è certamente tra i più rosei: tetre nubi e gelidi venti di guerra oscurano e spirano nell’azzurro cielo italiano.

    La situazione politica europea, infatti, dominata dalla «Triplice Alleanza» (Germania, Austria-Ungheria e Italia) e dalla «Triplice Intesa» (Francia, Inghilterra e Russia), è minata da sentimenti di odio e voglia di supremazia che nutrono entrambi gli schieramenti, gli uni nei confronti degli altri: la miccia è accesa, la bomba ad orologeria sta per esplodere da un momento all’altro. E la situazione precipita il 28 giugno 1914, quando a Sarajevo il nazionalista serbo Gavrilo Princip, uccide l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’impero austro-ungarico, e la moglie, la contessa Sofia Chotek. L’episodio si trasforma in un caso internazionale che, nel giro di pochissimi giorni, mette in moto una serie di reazioni che precipitano in un conflitto dalle enormi dimensioni: la Prima Guerra Mondiale.

    L’Austria accusa la Serbia di complicità nell’omicidio e le invia un ultimatum con condizioni inaccettabili, dopodiché il 28 luglio 1914 le dichiara guerra. In aiuto della Serbia accorrono la Russia e la Francia, mentre la Germania si schiera al fianco dell’Austria, sua partner nell’alleanza.

    Ha così inizio il grande incendio che, nel giro di pochi mesi, divamperà nell’intera Europa.

Allo scoppio delle ostilità, l’Italia proclama la sua neutralità, dichiarando di non dover entrare in guerra al fianco delle due Nazioni cobelligeranti, data la natura prettamente difensiva della «Triplice Alleanza».

Nella nostra penisola si formano due correnti: la «neutralista» e quella «interventista»; in entrambe, però, è vivo il desiderio di poter aggregare all’Italia i territori irredenti di Trento e di Trieste, posseduti dall’Austria. Ma la maggioranza degli italiani è più propensa alla neutralità, perché ritiene che per ottenere il Trentino dall’Austria bisogna affidarsi alle trattative diplomatiche. Gli interventisti, invece, sostengono che soltanto partecipando fattivamente al conflitto si può raggiungere l’obiettivo di guadagnare le due città.

Mentre il popolo italiano è impegnato a dibattere se «scendere o meno in campo», il governo intavola trattative segrete sia con l’Austria, a cui invia un progetto in undici articoli, sia con le Nazioni dell’Intesa, con lo scopo di ottenere concrete promesse atte a garantire compensi territoriali all’Italia.

In questo frattempo il consiglio dei ministri, nella seduta del 2 agosto 1914, decide di richiamare alle armi due classi di leva e di chiamare in anticipo quella del 1894, la classe di Matteo, fratello maggiore di Placido.

    Dopo numerose trattative, il 16 aprile 1915 l’Austria respinge le richieste italiane e il 28 di quello stesso mese, l’Italia a Londra firma, con le potenze dell’Intesa, il trattato con il quale si fissano i compensi territoriali per l’intervento in guerra dell’Italia, che dovrà avvenire entro un mese dalla firma, a fianco di Inghilterra, Francia e Russia.

    Il 24 maggio 1915 l’Italia entra in guerra.

Nell’autunno di quell’anno è chiamata alla visita di leva la classe del 1896. Placido la sostiene a Foggia il 12 ottobre. Dal foglio matricolare rileviamo i suoi dati e contrassegni: statura metri 1.59; torace centimetri 81; capelli rossi di forma ondulati; naso regolare; mento ovale; occhi castani; colorito bruno; dentatura sana. L’esito della visita è positivo, il giovane è dichiarato «abile arruolato in prima categoria», ed è lasciato in congedo illimitato. Nel mentre Placido rientra al paese, giunge la chiamata per Matteo: il 19 ottobre deve presentarsi al Distretto per essere arruolato.

    Il fatto di essere in congedo illimitato provvisorio in una nazione che è in guerra, rende spasmodiche le giornate di Placido, che attende la chiamata in grigioverde da un momento all’altro.

Le nostre truppe combattono aspramente e tantissimi soldati, tanti giovani fanti offrono la loro vita alla Patria sui vari fronti di battaglia, occorrono i sostituti. E la chiamata alle armi per Placido arriva puntuale. In una fredda mattina di fine autunno, il messo del Comune bussa a casa Cristino: il 6 dicembre 1915 il nipote di Maria Michela deve presentarsi al Distretto Militare di Foggia.

Nel giorno della festività di San Nicola, il giovane muratore lascia per sempre il suo paesello natio; saluta con gli occhi umidi la nonna, prende a sé il giovane fratello Stignano: sarà il loro ultimo crudele abbraccio. Infine lancia uno sguardo alle foto della mamma e del papà, ai quali invoca la protezione dal cielo.

    Alla stazione, la sbuffante locomotiva annuncia il suo arrivo, un ultimo sguardo al paese, un ultimo ideale saluto ai suoi cari e poi via, Placido sale sul treno che lo porterà al capoluogo dauno. A Foggia la neo recluta viene destinata al deposito del 19° Reggimento Fanteria di Cosenza: è lì che deve imparare l’arte della guerra.

    Con la tradotta militare partita da Foggia il 13, Placido raggiunge la città calabrese il 15 dicembre.

Il periodo di addestramento è molto breve, infatti dura appena quattro mesi: in questi quattro mesi, Placido impara a marciare, a sparare, a lanciare le granate e ad eseguire gli ordini.

A morire no, quello non si può insegnare. Quello, nell’esercito di Cadorna, deve essere retaggio, condizione e disciplina dello status di soldato.

    Ai primi di aprile del 1916, il fante di Poggio Imperiale è pronto ad affrontare i rischi della trincea, i pericoli degli scontri a fuoco: in prima linea servono uomini che sostituiscono i fanti che sono caduti.

Il 4 aprile 1916, Placido raggiunge, con altri complementi, i territori dichiarati in stato di guerra ed è inquadrato nel 142° Battaglione Fanteria della «Brigata Catanzaro», una tra le brigate più affidabili e grintose del nostro esercito, impegnata in quei giorni sulla linea del Carso. È fiero, Placido, di indossare le mostrine rosse e nere della gloriosa brigata, i cui fanti si sono già coperti di gloria nel primo anno di guerra a Castelnuovo del Carso, a Bosco Cappuccio e ad Oslavia, guadagnando, per la loro bandiera, la medaglia d’argento al valor militare con la seguente motivazione: «Pel valore spiegato nei combattimenti intorno a Castelnuovo del Carso e Bosco Cappuccio, sull’Altopiano d’Asiago, al San Michele, nella regione di Boschini ed al Nad Logem; per lo spirito aggressivo e l’alto sentimento del dovere sempre dimostrati (luglio 1915 - agosto 1916)». Da quel giorno il soldato terranovese segue la "Catanzaro" in tutti i suoi spostamenti, tra fronte e retrovie, fino a quel fatidico 15 luglio 1917, giorno in cui cadrà vittima del fuoco dei suoi stessi commilitoni.

 

 

 

 

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