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Il proverbio, o detto popolare, è l’espressione della voce del popolo, è come una stella che guida nel giudizio o nell’operato di ognuno di noi e anche se ormai l’uso del proverbio appartiene più al passato che al presente, spesso rispolverarne qualcuno può risultare piacevole e divertente. Eccone alcuni delle nostre zone.
Chi è sfrontata si marita e la donna onesta rimane zitella.
Una mamma aiuta cento figli e cento figli non aiutano una mamma.
La mamma alleva le figlie e la vicina le marita.
Cambiano i suonatori; ma la canzone è sempre la stessa.
Cristo li fa, il diavolo li accoppia.
Se fai male pensaci, se fai bene scordatene.
Non disturbare il cane che dorme.
Attacca l'asino dove vuole il padrone.
Il polipo si cuoce con la sua stessa acqua.
Solo alla morte non vi è
rimedio.
Chi
di
speranza
vive
disperato
muore.
La persona sazia non può
capire quella digiuna.
Il troppo stroppia.
Il pesce puzza dalla testa.
Il pesce piccino finisce in bocca al tonno.
Devi mangiare un forno di pane per conoscere una persona.
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RIME PER POGGIO IMPERIALE
PAESE MIO
POGGIO IMPERIALE
Poggio Imperiale mio,
quanto ti ho amato!
Col cuore in pianto ahimè ti ho lasciato;
nel bel verde dei prati
e fra orti e canneti
tu sonnecchi, tra ulivi e vigneti
e nell’ondeggiar sommerso
del tuo biondo grano.
Sei bello e meraviglioso,
tu sembri arcano!
Ma quando a sera ti elevi festoso,
il cavamonte abbronzato a te torna ansioso
e torna il ferroviere, torna l’agricoltore,
quando nel bel tramonto il sole ti saluta e se ne muore.
Alfine stanco torna il contadino,
umile ma signore sul suo traino,
egli è buono, modesto e lavoratore,
altro non conosce che pane e sudore.
E intanto suona l’Ave Maria.
Iddio ti benedica oh!
Dolce paese della mia terra natia.
(Mauro Martino, Milano marzo 1957)
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PAESE NATIO
Una piccola piazza, qualche casupola
un campanile con la sua chiesina.
È scesa la notte sul piccolo paese
gelida, magica notte
dove il silenzio, indisturbato,
regna sovrano.
Dorme l’amato paesello
mentre, fitta, comincia a scendere la neve
e va srotolando il suo candido e soffice mantello
sui rossi tetti,
sulle ghiaiose vie
e sul dolce campanile.
Uno... due rintocchi!
La notte va sbuffando
mentre s’allontana, piano.
In fondo alla strada, nell’ultima casina,
fioca, s’accende una luce nella sua cucina.
Nell’umile letto, sommessa una vocina
prega il Signore
perché venga alla luce la sua bambina.
Irrompono nel silenzio
l’allegro, ripetitivo canto del gallo
e la voce della dolce campanella,
mentre sbadiglia pigro al nuovo giorno il paesello
che, felice, gioisce, per la lieta novella.
(Silvia Mezzina, “Uomini del 2000” - Bastogi - Foggia 1995)
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UN CANTO PER LA MIA TERRA
Ti porto nel mio cuore, o terra mia
e amo il profumo delle erbe amiche:
menta, basilico, salvia e rosmarino,
le spighe gialle, il sole, l’aria e il vento,
le campane che suonano a distesa,
le grida amiche della mia gioventù.
Mi perdo disperata e nulla più sento.
Ascolto nel mio petto un battito vibrante:
Eppur, più non ti riconosco, o terra mia,
estranee per me le vie e quella piazza,
dove fanciulla vivevo spensierata.
Il cuore silenzioso trema perché
dietro all’incanto della mia gioventù,
si celano i miei sogni frantumati.
Fiera e sdegnosa, vorrei fuggir lontano,
e abbandonar la noia della tua collina,
ma la nebbia che sfuma nel mattino,
mi riporta all’operosa realtà.
Una nenia tediosa s’alza nell’aria.
lamento di un tempo che non esiste più.
Parla di una terra fertile e ridente,
Che oggi sterile si presenta a noi.
Viene percossa da una battente pioggia
Che lava le brutture della vita.
Un canto fa seguito alla nenia,
gioia esprime, letizia e nulla più.
Riprenditi, terra umiliata e povera,
ritrova l’orgoglio d’un tempo che fu!
Il passato che ti vide superba e viva,
esige un presente prolifico e fecondo.
Scaccia le ombre di questa lunga sera!
E costruisci impavida il futuro.
(Antonietta Zangardi - Poggio Imperiale 26 marzo 2008)
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A VGILJE DA CUNCÈTTE
I vagljule de la strade nata vote,
quist’anne tanta céppe ènne recote,
pe piccjà nu foke grosse e javete javete,
ca n’ciéle addà ruà chiù de quill’avete.
A vigilje da Cuncètte jè tradezione,
ca cj’appiccje nu foke pe devezione.
Turne turne ce méttene i cristijane
Mèntr’i fiamme cj javezen chiane.
Ognune spije e prèje la Madonne
pure quille ca parene ca ne vonne
qualch’èdune dice zitte na prijére,
mèntr’u foke riscjcare sta sère.
Che bella tradizione stu bèlle foke!
Me piace a stà a spiarle natu poke!
I fiamme po’ cj stutene e a vrascje rèste
E dint’o core sènte na pacj’onèste.
(Antonietta Zangardi - Poggio Imperiale 12 novembre 2008)
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