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Miti e leggende italiane
Il Fantasma di Maria d'Avalos
In tanti raccontano di averla vista, bella più che mai, evanescente, le lunghe vesti discinte ed i capelli scarmigliati. Col terrore dipinto in volto.
Vaga tra l'obelisco di S. Domenico Maggiore ed il portale del palazzo di S. Severo.
Nelle notti buie, quando la città dorme, il fantasma di Maria D'Avalos si aggira irrequieto intorno alla piazza, a quella vetusta dimora che fu teatro d'amore e di passione, di vendetta e di morte. È il 17 ottobre 1590, Maria D'Avalos e Fabrizio Carafa, quando in una delle stanze del celebre palazzo S. Severo, rinnovano, ancora una volta, l'eterno incantesimo dell'amore. Sono giovani, belli, innamorati. Sono felici, tra quelle mura discrete che celano, agli occhi del mondo, l'estasi e la paura di una relazione adultera.
Il desiderio, colpevole per quanti non conoscano le tempeste dei sentimenti, li ha vinti. Una volta, due, tre e ancora. Dimentichi degli obblighi. Dimentichi di un marito, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, legittimo consorte di Maria, troppo orgoglioso per tollerare l'onta di un tradimento, troppo innamorato per invocare la giustizia della legge.
Il
nobile Carlo, famoso madrigalista, non sa rinunciare a Maria, donna
splendida ed irrequieta, ma non può accettare di dividerla con altri. Uomo
appassionato e sensibile, grande amico del Tasso, Carlo Gesualdo
"illustra musica". Ore e ore chino su grigi spartiti a trasfondere, in
struggenti madrigali, la prepotente passione che lo lega alla sua donna. Nella
camera ornata di affreschi e di stucchi, tentando di tacitare il desiderio
struggente di una donna che gli sfugge, il principe di Venosa fa
ascoltare, all'amico poeta, sublimi note. La sua anima dolce e ardente, l'amore
immenso e disperato che lo avvince, si squaderna tutto in quelle sue
composizioni dolenti. Quei tristi madrigali, scritti al tempo delle vane
illusioni e delle puntuali delusioni, nei giorni in cui ancora non disperava di
poter riconquistare sua moglie, pur sentendola ogni minuto più lontana, sono gli
unici testimoni delle crudelissime pene da cui fu agitato il suo cuore
dall'immaturo dolore che avrebbe trasformato un felice innamorato in spietato
assassino.
A Napoli tutti erano a conoscenza della tresca tra la bella Maria e
Fabrizio Carafa. La nobiltà sussurra, il popolo commenta, con divertita
indulgenza, l'audacia dei clandestini amati.
Ma l'amore rende ciechi. Don Carlo per qualche tempo non vede
o non vuole vedere quel che gli succede intorno. Scrive d'amore pensando alla sua donna, le dedica malinconiche melodie, e chiude gli occhi su una verità troppo dura da accettare. La passione tra i due giovani amanti cresce ogni giorno di più, e presto anche la prudenza viene messa da parte. Insieme, contro tutto, malgrado tutto. Nemmeno sull'uscio della camera nuziale di Maria sa fermare l'insaziabile desiderio. I mormorii della città si trasformano in un coro indignato. Tutti vedono. Tutti sanno. Tutti parlano. Solo Carlo continua ad ignorare, a non sapere, a non parlare.
Fino a quando un amico "premuroso", che si assume l'onore e l'onere di informarlo, con spietata dovizia di particolari, dell'infamia. Pazzo di dolore e di gelosia, l'uomo tenta ancora di non arrendersi alla dolorosa verità. Concede all'adorata moglie l'ultimo, delirante, atto di fiducia: il beneficio del dubbio. Finge di partire per ritornare, a notte fonda, nella segreta speranza di trovare, sola e casta, la donna che ama. Vano desiderio. Estrema e impossibile speranza. Spalancata la porta di casa, ogni illusione si infrange miseramente contro l'immagine dei due amanti avvinti sul talamo. L'ira e la disperazione, troppo a lungo represse, impongono le loro crudeli ragioni.
Il principe di Venosa si getta su quei due corpi nudi, brandendo un pugnale colpisce accecato dall'odio e dalla passione, e.... ancora, ancora, e .... ancora. Fino ad uccidere. Pazzo di dolore, sporco di sangue, cammina per ore lungo le vie del centro, piangendo disperato e fuggendo poi via. Il palazzo resta abbandonato. Chiuse le stanze insanguinate teatro del delitto, pare alla gente del vicinato di udire ogni notte un grido alto e angoscioso e pare ancora che si aggiri, per l'oscurità delle vie circostanti, il bianco fantasma di Maria. Quello spettro, di certo, non abbandona la mente dell'omicida. Quel corpo stupendo coperto di sangue continua a tornargli innanzi agli occhi.

L'uccisione di Maria d'Avalos
E così, quei madrigali malinconici si trasformano in un disperato pianto melodico, che narra singhiozzante, la funebre storia della bella Maria, vittima della passione.
Nella centralissima Piazza San Domenico, in cui sorge il celebre
palazzo di Sangro dei Principi di Sansevero, e per anni, l'urlo
agghiacciante della splendida e sfortunata Maria, ha raggelato il quartiere,
fino a quando nel 1889, crollò l'ala del palazzo dove avvenne il delitto
e sembra solo ora restituire un po' di pace allo spirito errante di Maria
D'Avalos. Da allora, nelle notti senza luna, l'ombra evanescente riappare
muta. Si aggira silenziosa, dolente e il suo incidere spettrale sembra
riecheggiare i versi ispirati al Tasso dalla sua tragica vicenda:
Piangete, o Grazie, e voi piangete, o Amori!…
la bella e irrequieta Maria.
(A
cura di Angie)
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La vera storia di S. Antonio da Padova
Nel 1219, nel fervere delle Crociate, in mezzo ad eccidi ed efferatezze da
entrambe le parti, il sultano Elkamil fa all’Occidente un’inaspettata proposta
di pace: cedere Gerusalemme ed i luoghi santi ai cristiani a patto che non ne
facciano uno stato antagonista dell’Islam, ma un’oasi di pace sacra ad entrambe
le religioni, che garantisca così la cessazione del fuoco e la libera ripresa
dei pellegrinaggi da entrambe le parti.
Dietro a questo progetto, tanto in anticipo sui tempi da non essere neppure capito, si mormora insistentemente un nome: Francesco.
Il celebre santo infatti era giunto in missione in Egitto con la deliberata intenzione di convertire i musulmani al cristianesimo o di morire martire ed in questo spirito aveva proposto al sultano di sottoporlo pure alla prova del fuoco. Elkamil, al contrario, aveva trovato il santo intelligente e stimolante ed aveva iniziato quella via d’intesa con l’occidente che culminerà poi nell’alleanza con Federico II... ma a convertirsi al cristianesimo non ci pensava neppure e men che meno a martirizzare Francesco, che fu rispedito a casa pieno di regali.
Quest’episodio ed in genere il viaggio "tra gli infedeli" doveva maturare definitivamente la crisi del santo d’Assisi, in bilico da anni tra la vita contemplativa e l’impegno nella Chiesa: tornato in Italia, la leggenda vuole a Venezia, perché una tempesta l'aveva fatto approdare in Dalmazia ed egli ne approfitta subito per fondare il convento di San Francesco del Deserto, il santo riceve l'annuncio della proposta del Sultano di fare di Gerusalemme una città aperta ai pellegrini di tutte e tre le religioni, ponendo fine ad ogni guerra. I confratelli sono entusiasti e ritengono Francesco artefice della pace, ma questi resta profondamente deluso quando sente che il sultano non ha accettato di convertirsi al cristianesimo ed è completamente indifferente agli argomenti degli altri, tanto da decidere di lasciare la direzione dell'ordine ed il suo posto in seno alla comunità francescana per ritirarsi sul monte Verna, fino alla fine dei suoi giorni.
Proprio in quel frangente entra nell’ordine francescano un giovane sacerdote di Lisbona, ordinato da poco a Coimbra: si chiama Fernando de Bouillon, è nato il 15 agosto 1195 e la madre lo ha sempre considerato un protetto speciale della Madonna. Entrato in convento a dodici anni aveva sentito la necessità di allontanarsi da Lisbona per entrare tra gli Agostiniani di S. Croce di Coimbra, ora voleva rinunciare anche agli studi, per seguire il Cristo in povertà, lasciando il paese natio e lo stesso nome di Ferdinando per scegliere Antonio, in onore dell'Abate a cui era intitolato l'eremo francescano S. Antonio degli Olivi, in cui aveva conosciuto il nuovo ordine.
I più informati sussurrano che la sua vocazione è maturata nel gennaio 1220 ai funerali dei "protomartiri francescani", così il popolo aveva chiamato i frati dell'eremo, martirizzati in Marocco nonostante il permesso di predicazione del sultano, molti dissero che se Francesco non avesse abbandonato i suoi per recarsi in Siria l'incidente non sarebbe avvenuto.
Inutile dire che l'unica notizia certa è la scelta del nome Antonio d’Olivares ed uno sfortunato tentativo di missione fallito… causa mal di mare!
Dal porto di Ksar-el-Kebir: Fernando-Antonio, accompagnato e sorretto dal confratello Pietro da Lisbona, chiese di essere imbarcato su una caravella che fa vela per la Spagna. Contrariamente ad ogni aspettativa il giovane monaco è trattato con ogni riguardo dal capitano, ma il viaggio era sfortunato ed all'infermità successe il naufragio: arrivarono così sulle coste della Sicilia completamente in fiore: era fine aprile, quasi maggio! I viaggi del tempo avevano di queste incognite. Un francescano laico di nome Giovanni, ex soldato di Federico II, convinse i confratelli che Dio stesso li avesse guidati in Italia, perché partecipassero al Capitolo di Pentecoste, alla Porziuncola, così i missionari mancati si misero in cammino per quello passato alla storia per il "capitolo delle stuoie" perché gli intervenuti erano tanti, che non fu possibile ospitarli tutti, ma si disposero delle stuoie all'aperto per farli riposare! Naturalmente nessuno sa se i due santi s'incontrarono in questo frangente; la tradizione colloca in questo luogo la prima apparizione della Vergine col Bambino Gesù, a cui il santo era particolarmente devoto; di certo c'è invece l'incontro con padre Graziano, provinciale di Montepaolo in Romagna, che gli propose di seguirlo. A Forlì Antonio per un certo periodo fece l'eremita, tacendo d'essere un sacerdote e chiedendo d'essere adibito ai servizi più umili. Nella primavera 1222 però, sentendo discutere i confratelli dell'eresia catara, interviene quasi senza accorgersene. È la sua prima predica, che ha un enorme successo: non solo in pochi anni egli ha imparato benissimo tutti i dialetti locali, ma sa citare l'intera Bibbia a memoria… che per un ordine povero è una gran comodità! Da allora inizia la sua vicenda di predicatore itinerante. che lo porta a Rimini, dove converte Bonillo col famoso miracolo della mula.
Sempre a Rimini si colloca il famoso "miracolo" della predica ai pesci, narrata con tono stupefatto ed immaginifico dai Fioretti: trascurato dalla gente, Antonio si mette a predicare sulla riva del mare ed i pesci accorrono in gran numero e mettono la testa fuori dall’acqua per ascoltare... inutile dire che tutti quelli che schifavano l’ennesima predica itinerante furono invece attratti dallo strano fenomeno e, dice il narratore dei Fioretti, furono pronti a convertirsi.
Attualmente saremmo un po’ più restii a parlar di miracolo.
La capacità di farsi intendere dagli animali è ormai una virtù riconosciuta all’uomo che viva in comunione con la natura, sia sciamano, santo o stregone medioevale. Gli studi sul paranormale e le teorie yoga hanno illustrato la sostanziale affinità che lega tra loro tutti gli esseri viventi ed ha illuminato d’una diversa luce i pretesi miracoli del medioevo.
Vegetariani, non violenti, liberi da condizionamenti culturali, gli eremiti entravano facilmente in contatto profondo con uomini, animali e spesso anche altri elementi: è famoso l’episodio in cui le preghiere congiunte di San Francesco e San Domenico ottennero la pioggia su una Bologna assetata in cui s’erano addirittura prosciugati i pozzi.
Antonio d’Olivares tuttavia pratica queste virtù in un’accezione completamente nuova: a differenza dell’eremita medioevale e dello stesso Francesco d’Assisi, egli non ha alcun bisogno di ritirarsi fisicamente dal mondo per entrare in contatto con Dio; la sua cella all’interno del monastero gli garantisce l’intimità sufficiente e dopo una notte passata in contemplazione egli torna ancora più sereno del solito ai suoi impegni in seno alla comunità.
La stessa povertà, sofferta e caratteristica virtù dell’ordine, portata avanti a grande fatica dal fondatore, è vissuta da Antonio non più come fine a se stessa, ma come strumento di soccorso per gli indigenti, per i quali è istituito appunto il famoso "pane di sant’Antonio". La comunità dei fedeli, ma anche il più vasto mondo di peccatori, non sono per il santo un ostacolo alla vita mistica, ma al contrario la sua più naturale realizzazione.
Si distinse dunque come predicatore itinerante in Italia ed in Francia, con un’ottima preparazione teologica che lo mette in grado di spiegare agli umili anche i più arditi dogmi delle scritture, senza mai il benché minimo sospetto d’eresia.
È in un convento provenzale o della Spagna catara, quando arriva la lettera autografa di Francesco in cui Antonio è nominato Vescovo ed autorizzato a predicare teologia e la sera del 3 ottobre 1226, mentre predica ad Arles, appare nitida a vari ascoltatori l'immagine di S. Francesco. Più tardi si verrà a sapere che in quel preciso momento il santo è spirato.
Poi c'è un episodio, chiaramente leggendario, raccontato con le stesse parole in un paesino della Francia e ad Arezzo: un marito accusa la moglie di essere l'amante di Antonio, (tra parentesi era un bellissimo giovane) la picchia e le strappa i capelli, il figlio corre a chiamare il frate, che mette pace tra i coniugi ed invita la donna a raccogliere i capelli strappati ed a portarli l'indomani in chiesa, dove, dopo una preghiera collettiva, li riattacca alle radici.
Nel 1227, fu eletto padre provinciale d’Emilia e della Lombardia in quest'epoca, se prestiamo fede alla "vita" di Salvagnini, che è stata scritta nel 1887, si colloca l'imbarazzante questione dei "processi".
Il padre di S. Antonio fu processato due volte: la prima volta mentre il figlio era a Milano, accusato di cattiva gestione del denaro pubblico (un processo "mani pulite"nel XII secolo!) la seconda volta, quando già era a Padova (1227-1229), addirittura sospettato di aver ucciso un uomo, trovato in effetti sepolto nel suo giardino. Tutt’e due le volte il santo ha difeso personalmente il padre, la seconda volta ottenendo addirittura, fatto eccezionale per l’epoca, la riesumazione del cadavere. S. Antonio infatti aveva compiuto studi che lo rendevano esperto in giurisprudenza, tant'è vero che ottenne leggi speciali anche a Padova per la protezione dei debitori insolventi. Inutile dire che la leggenda s'impadronì degli episodi, dicendo che il viaggio fu percorso in volo e che il cadavere non fu riesumato, ma addirittura resuscitato il tempo necessario per scagionare il padre… il che tra l'altro sarebbe stato crudele!
Nel 1229 in ogni caso Antonio fissò la sua sede a Padova, che diventerà famosa per la sua presenza, divenuta ben presto leggendaria. Qui vedrà il Bambino Gesù e qui morirà, nel 1231, famoso ormai come "sant’Antonio di Padova".
Il primo testimone dell'apparizione fu l'ignaro conte di Camposampiero, di nome Tiso, che ospitò il Santo per qualche tempo; un giorno rientrando da caccia sorprese Antonio in sacra conversazione con un bimbo apparentemente in carne ed ossa. Quando Antonio si accorse di essere osservato il Bambino scomparve ed egli fu colto da un profondo turbamento, tanto che fece promettere al conte di non rivelare a nessuno la cosa.
Per accontentarlo il signore di Camposampiero fece costruire per Antonio una celletta su un noce, in cui il frate poteva vivere in assoluto isolamento.
A questo punto si colloca l'ultima leggenda: il 13 giugno, sapendo di essere in punto di morte, chiese di essere trasportato nella chiesa di Santa Maria Mater Domini di Padova, ma durante il viaggio le sue condizioni peggiorano ed i confratelli, vedendolo incosciente, decisero senza consultarlo di tornare indietro. Nella nebbia della calura estiva Antonio vide una donna piangente, che teneva in braccio un bambino completamente nudo, abbandonato come se fosse morto. Interrogata prudentemente da Antonio disse di essere fuggita, perché degli uomini cattivi la inseguono per uccidere il bimbo; si offre di aiutarla e prende delicatamente in braccio il bambino, che si sveglia e gli sorride. Anche la donna alza finalmente il capo e sorride: Antonio riconosce la Vergine Maria. La tradizione vuole che Antonio a questo punto sia tornato giovane e sano e sia morto cantando un inno mariano. Aveva una splendida voce da tenore.
La sua contemplazione del Bambino costituisce un passo importante nella mistica medioevale ed un’anticipazione di fenomeni successivi.
Fino a San Francesco infatti, la meditazione dei mistici si concentrava sul mistero della passione, concretizzato nella figura di Gesù Crocifisso. Uno studioso moderno non potrebbe più sostenere che San Francesco abbia "avuto" le sacre stimmate, ma piuttosto che con la costante meditazione abbia dapprima visualizzato e poi addirittura interiorizzato e riprodotto il fenomeno.
Nell’alto medioevo l’unico fattore significativo della vita del Cristo è appunto la passione, vissuta in maniera fortemente drammatica durante la settimana santa, durante la quale si contano addirittura dei decessi per "misteri" recitati con eccessiva convinzione e "Gesù" crocifissi sul serio.
Dopo l’anno mille si fa faticosamente avanti l’interesse per tutta la sua vita e addirittura per il mistero dell’incarnazione: nel 1219 San Francesco propone di celebrare anche il Natale e non solo la Pasqua, con la rappresentazione di un mistero ed organizza, nella selva di Greccio, il primo presepe vivente.
Per noi che non recitiamo più la via crucis, ma che abbiamo senza dubbio da qualche parte le statuette di un presepe di famiglia, è difficile capire la portata rivoluzionaria di questa proposta, ma si tratta veramente di una svolta: non più la drammatica morte del Cristo, ma la sua nascita come elemento significativo della vita religiosa.
Visualizzando, anzi materializzando con la sua fede il corpicino di Gesù infante, Sant’Antonio concretizza questa proposta. Vezzeggiando Gesù Bambino egli porta la sua attenzione a tutti i bambini e fa del cristianesimo una religione per la vita nel senso pieno del termine.
Certo da sempre la Chiesa s’era espressa contro l’aborto o l’abbandono dei neonati, ma la mistica del santo da a queste posizioni una nuova connotazione affettiva: bisogna accogliere i bambini non perché è peccato respingerli, ma proprio perché essi stessi sono la riproduzione continua e vivente di quel mistero antico chiamato incarnazione, che, come tutti i dogmi, è impossibile capire a fondo e va quindi vissuto. Se il vangelo ordina di accogliere i bambini in nome di Dio, le apparizioni del santo colorano questo dovere di un appagamento affettivo: poiché in ogni bambino si rispecchia il Cristo, ogni madre che allatta e che si occupa della sua creatura partecipa un poco alla beatitudine della Vergine e ancora di più: chi non può generare nella carne può egualmente condividere la gioia dell’incarnazione stringendo un neonato fra le braccia, simbolo vivente del Cristo.
In un momento d’esplosione demografica dovuta all’addolcimento del clima ed al miglioramento dell’agricoltura, in cui la Chiesa ufficiale non trovava altra soluzione che spedire le forze eccedenti in Terrasanta a farsi massacrare dai Turchi, la posizione di Sant’Antonio da Padova è al tempo stesso rivoluzionaria e quieta: mentre la povertà dei francescani è denuncia aperta, più o meno consapevole, alla ricchezza del clero, l’immagine del Bambino si diffonde senza colpo ferire, innocente e rassicurante, in tutto l’orbe cattolico.
Da sant’Antonio in poi i francescani non sono più quegli originali che vivono in povertà ad un passo dall’eresia, ma una struttura insostituibile e ben organizzata per l’assistenza agli indigenti.
Venerato da fedeli e confratelli fin da quando era in vita, subito dopo la sua morte iniziò a far miracoli, soprattutto come taumaturgo, tanto che Gregorio IX lo canonizza già nel 1232!
Naturalmente sono fiorite ben presto le leggende ed una tradizione lo vuole in contatto diretto con San Francesco, che ritirandosi sul monte Verna, avrebbe dato disposizioni precise perché il giovane discepolo studiasse teologia e fosse quindi pronto ad affrontare un mondo fatto di poveri da convertire, ma anche di dispute teologiche e rivalità intestine. Purtroppo tuttavia la storiografia medioevale è molto più approssimativa di quella di oggi, soprattutto per quanto riguarda le vite di santi, per cui dei rapporti precisi intercorsi tra i due si sa poco o nulla.
Potrebbero anche non essersi mai visti.
Per quanto si sa di Francesco è molto strano che, in crisi ed ammalato, ritirandosi dal mondo ed abbandonando addirittura la direzione del proprio ordine, ritenesse opportuno far intraprendere studi particolari al nuovo adepto. È molto più semplice pensare che qualcuno lo avesse informato del fatto che ci fosse nell'ordine un sacerdote colto e che egli ne avesse semplicemente autorizzato l'attività con la lettera autografa giunta in Provenza
Comunque la preoccupazione per l’eresia e la sua convinzione che i cristiani dovessero attenersi scrupolosamente alla direzione del Pontefice è autentica e ben documentata, dunque l’idea di dare una formazione anche culturale ai nuovi predicatori potrebbe esserne una derivazione diretta. Niente di più facile che proprio perché giovane e digiuno delle dispute italiane, il sacerdote portoghese sia stato scelto appunto dai dirigenti francescani per costituire un po’ la punta di diamante dell’ordine nascente e che le direttive di Francesco siano state applicate a lui senza nessun interessamento diretto da parte del mistico, che viveva allora nella più completa solitudine.
Quel che è certo è che raramente una "brillante carriera" come quella di questo santo si è affiancata ad un’umiltà più convinta.
Nel 1256 viene proclamato patrono di Padova dove, nel 1231, viene costruita la celebre basilica. Il suo culto si diffuse soprattutto dopo la Controriforma, quando l’immagine del santo col sacro bambino tra le braccia apparve rassicurante alla Chiesa, sconvolta dalle contestazioni di Lutero e timorosa d’apparire paganeggiante e frivola per il contestatissimo uso della pittura e della scultura nei luoghi sacri.
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Le misteriose vite parallele di Abramo Lincoln e John Fitzgerald Kennedy

Due vite piene di misteri, quelle che costellarono l'esistenza e accomunarono nella morte i presidenti americani Abraham Lincoln (1809-1865) e John Fitzgerald Kennedy (1917-1963). Ma più che colpisce, è il fatto che, si narra, Lincoln appaia sempre alla vigilia della morte di un altro presidente e pare, infatti, che sia apparso anche a John Kennedy il giorno prima di partire per Dallas, sua ultima fatale visita. Tantissime e straordinarie furono le coincidenze, che legano questi due ex presidenti degli Stati Uniti d’America, troppe, per essere sbrigativamente attribuite al caso.
Innanzitutto, Lincoln venne eletto presidente nel 1860. Kennedy, esattamente 100 anni dopo, nel 1960. Lincoln fu ucciso di venerdì, alla presenza della moglie. Anche Kennedy venne assassinato mentre era al fianco di sua moglie, e di venerdì. Ad entrambi i presidenti spararono, e tutti e due furono colpiti da dietro e alla nuca. Subito dopo l'attentato, ricevettero i primi soccorsi dalla propria moglie. Lincoln e Kennedy morirono senza riprendere conoscenza.
Oltre ai particolari della morte in comune, ne esistono altri. La moglie del presidente Lincoln perse un figlio, mentre risiedeva alla Casa Bianca. La stessa cosa accadde alla moglie di Kennedy. Sia Lincoln che Kennedy avevano avuto 4 figli e, al momento della loro uccisione, solo 2 di questi erano vivi. Il vice di Lincoln si chiamava Johnson ed era nato nel 1808. Il vice di Kennedy si chiamava, pure, Johnson ed era nato nel 1908, a distanza di 100 anni esatti dall'altro.
L'assassino di Lincoln si chiamava John Wilkes Bootk ed era nato nel 1839. L'assassino di Kennedy, Lee Harvey Oswald, era nato nel 1939, 100 anni dopo l'altro. E', pure, perlomeno curioso osservare che la somma delle lettere che compongono nome e cognome dell'assassino di Lincoln dà 15 come totale e così è anche per l'assassino di Kennedy.
Ma le coincidenze straordinarie non finiscono qui. John Wilkes Booth e Lee Harvey Oswald erano entrambi sudisti. Tutti e due i presidenti avevano condotto aspre battaglie per i diritti civili dei negri: Lincoln con il Proclama di Emancipazione e Kennedy con la legge sui Diritti Civili. Al momento dell'attentato Lincoln e Kennedy si trovavano assieme, oltre alle proprie mogli, ad una coppia di amici. Per quanto riguarda le coppie di amici, le donne rimasero illese, gli uomini furono feriti dagli attentatori (il maggiore Rathbone nel 1865 e il governatore Connally nel 1973).
Il segretario di Lincoln si chiamava Kennedy e cercò di dissuadere il presidente dall'andare a teatro quella sera. La segretaria di Kennedy si chiamava Lincoln e, anche lei, tentò di convincere il presidente a non andare a Dallas. Un altro fatto abbastanza singolare è che il marito della donna si chiamava Abraham, come Lincoln. Quando avvenne l'attentato, Kennedy stava attraversando le vie di Dallas su un'auto - guarda caso - di marca Lincoln, prodotta dal gruppo Ford. Booth assassinò Lincoln in un teatro e si rifugiò in un magazzino. Oswald sparò a Kennedy da un magazzino e si rifugiò in un teatro. Booth spirò 11 giorni dopo Abramo Lincoln, entrambi alle 7,20 del mattino. Oswald morì 48 ore dopo Kennedy, pure, alla stessa ora, le 13. A Lincoln successe Andrew Johnson e a Kennedy Lindon Johnson. Durante il loro ultimo anno di presidenza, sia Andrew sia Lindon Johnson furono travolti da uno scandalo politico, che impedì loro di candidarsi per un nuovo mandato. Sembra tutto molto strano, eppure è tutto vero!
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I misteri del Bosforo e del Lago del Diavolo
Ai visitatori
del museo Topkapi di Istambul, in Turchia, viene spesso raccontato delle
crudeltà e dei pericoli dei tempi in cui il Topkapi, costruito su un’alta rupe
affacciata sul Bosforo, era il palazzo imperiale dei sultani turchi.
Essi, come gli imperatori romani, avevano il potere di vita o di morte sui loro sudditi.
Uno dei racconti più impressionanti narra della punizione che era riservata alle concubine del sultano che, per impertinenza o infedeltà, avevano scatenato la sua collera.
“Abdul il Dannato” fu particolarmente famoso per la sua ferocia. La pena per le sue infelici concubine era quella di essere chiuse, vive, in un sacco, che poi veniva cucito con dentro dei pesi e gettate attraverso uno scivolo, nelle acque del Bosforo. Ma esse lasciarono un’agghiacciante traccia. Anni più tardi dei palombari che lavoravano a grande profondità nei pressi del palazzo s’imbatterono spesso in quei sacchi appesantiti ritti sul fondo del mare, oscillanti avanti e indietro nella fredda corrente marina come se fossero dotati di vita propria.
Nel 1951 un episodio ancora più macabro fu vissuto in Cecoslovacchia da dei sommozzatori in uno specchio d’acqua detto Lago del Diavolo.
Essi cercavano il corpo di un giovane che si presumeva fosse annegato in seguito al rovesciamento della sua barca. Quello che però trovarono nelle profondità del lago non fu un solo ma molti corpi, e non soltanto di esseri umani.
Si trattava di soldati in completa uniforme da combattimento, alcuni seduti su carri o su cassoni, e molti dei cavalli erano ancora ritti sulle zampe, bardati di tutto punto.
Erano tutto quanto restava di un’unità di artiglieria germanica che, mentre attraversava il lago ghiacciato durante la ritirata tedesca della seconda guerra mondiale, era sprofondata nelle acque, probabilmente in seguito ad un bombardamento, ed era rimasta in fondo al lago.
Le acque estremamente fredde e profonde avevano conservato i tedeschi e i loro cavalli per dodici anni, e li avrebbero mantenuti là per molti anni ancora, in quella posizione e pronti al combattimento… ma morti!
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La reincarnazione
Vivere
due volte o anche tre… ma succede davvero? Questa è certamente un’idea che ha
accompagnato l’uomo per secoli, proposta da varie religioni. Ma anche oggi,
nell’era delle macchine e delle scienze esatte, c’è ogni tanto qualcuno che
ricorda una vita precedente, che parla lingue sconosciute, che sa esattamente
cose che non dovrebbe sapere.
Nella gran parte dei casi queste memorie sono varie. Tant’è vero che molte personalità competenti se ne sono interessate, provando e riscontrando le più svariate tesi, con metodi scientifici. Una di queste personalità è lo psichiatra Jan Stevenson, docente di psichiatria presso l’Università di Charlottesville in Virginia.
Da moltissimi anni solcando il mondo intero, il Prof. Stevenson va alla ricerca di questi individui che affermano di aver avuto una vita anteriore e ne forniscono ricordi e testimonianze. Lui stesso studia personalmente molti casi, facendo indagini precise per verificare in modo inequivocabile tutti i particolari e le circostanze riferite.
Sono 1600 i casi di cui si è occupato il Prof. Stevenson, il quale però, nonostante la mole di notizie, non asserisce perentoriamente: “La reincarnazione è un fatto reale”, perché è uno scienziato e vuole procedere come tale, escludendo qualunque conclusione dettata dai sentimenti ma non perfettamente verificabile. Si limita perciò a suggerire “l’ipotesi”. E l’ipotesi ci porta prima di tutto in Germania e poi in Libano.
In Germania viveva George Midhart, nato a Monaco nel 1897 e morto nel 1966. Questo tedesco, persona molto tranquilla ed equilibrata, in seguito ad trauma psichico (nel 1920 la moglie ed il figlio piccolo perdono la vita in un incidente), viene assalito da strani e singolari “ricordi”; vede svolgersi la scena di una commedia come se ne fosse l’attore. Ricorda una vita anteriore, il nome che portava, quello del castello dove abitava (Weissestein). Man mano che questi ricordi affiorano alla sua mente egli li annota e li confida ad uno storico. Ne viene fuori la storia, ambientata nel XII secolo, di un barone un po’ pazzo un po’ bandito che viveva arroccato nel suo castello-fortezza, dalle cui mura dominava una strada molto importante per il traffico ed il commercio dei minerali e che venne ucciso durante un assalto al castello stesso. Ebbene, il personaggio e la vicenda appartengono e corrispondono a dati storici reali in tutto e per tutto. È stato identificato anche il castello (ormai in rovina) e ne è stata ritrovata anche la sua entrata segreta e sotterranea che Midhart aveva schizzato in un disegno, che si rivelò perfettamente corrispondente alla realtà
In un villaggio del Libano invece, c’è un ragazzino che sta andando a passeggio con la nonna. Improvvisamente il ragazzino corre verso uno sconosciuto e lo abbraccia. “Mi conosci?” chiede stupito l’uomo, “Si” risponde il bambino, “eri il nostro vicino di casa”.
Questo piccolo libanese, Imad Elawar, nato nel 1958, non appena in grado di balbettare le prime parole, cominciò a fornire dettagli precisi riguardo una sua vita anteriore della quale conservava molti ricordi.
Un’indagine rigorosa condotta sul posto personalmente da Stevenson, stabilì senza possibilità di dubbio che 57 delle 60 affermazioni del ragazzino corrispondevano esattamente a dati sulla vita di un uomo morto nel 1949 e del quale la famiglia di Imad ignorava totalmente l’esistenza.
Le molte testimonianze come queste ripropongono il grande interrogativo: può l’uomo avere vite successive? Quell’elemento indipendente dal fisico, l’anima secondo la definizione più diffusa, può rinascere dopo la morte all’interno di un altro corpo?
L’ipotesi, secondo il prof. Stevenson, consentirebbe di spiegare oltre ai fenomeni citati, varie fobie e anomalie di comportamento diversamente inspiegabili, per esempio casi di bambini di famiglie disagiate che si rivelano intenditori di liquori o di buoni sigari. Non solo, ma risolverebbe anche altri grossi enigmi che gli studiosi di genetica non riescono a chiarire e cioè vere e proprie anomalie fisiche.
Vi sono state diverse interviste che hanno preso come epicentro il professor Stevenson e da una di esse in particolare sentiamo fin dove si può arrivare con le ipotesi, in questo campo solo apparentemente fantastico.
Stevenson ha cominciato con lo studio della medicina psicomatica tradizionale. Poi dopo aver studiato gli effetti della droga sui livelli di coscienza e dopo aver analizzato i risultati della psicoterapia su varie malattie mentali, si è sentito sempre più insoddisfatto delle attuali teorie sulla personalità. Non lo convinceva affatto l’idea che solo la genetica e le influenze ambientali potessero spiegare la formazione della personalità umana.
Stevenson ha allora pensato che forse la parapsicologia avrebbe potuto portare un diverso contributo, anzi, una nuova dimensione allo studio della personalità dell’uomo e per questo ha letto tutto ciò che era stato scritto in proposito, finché non si è imbattuto nella reincarnazione.
Pur avendo studiato ben 1600 casi sulla reincarnazione, non ci sono precise manifestazioni che lo hanno colpito in modo speciale, tutto dipende infatti dai molti elementi che contribuiscono a formare un caso.
Ma sicuramente certe fobie sono ben difficilmente spiegabili in altro modo; c’è infatti il caso di una bambina affetta da fobia dell’acqua, mentre nessuno dei membri della sua famiglia ne è afflitto e nessuno ricorda che la piccola abbia mai subito un trauma di qualunque tipo che possa averla provocata.
Un giorno casualmente la bimba rivela che in una sua vita precedente è morta annegata.
Possiamo scartare l’ipotesi che la piccola abbia fatto questa affermazione per compiacere il prof. Stevenson avendo captato il suo desiderio inconscio di ricevere una risposta di questo tipo, perché questo comportamento si potrebbe riscontrare in un adulto e non in una bambina di due anni. Del resto la bimba ha fornito altri particolari riguardo alla vicenda, ha fornito i nomi dei genitori, degli amici, del villaggio in cui viveva prima e tutte queste notizie sono state ritrovate e risultano assolutamente esatte.
Un altro caso di cui il prof. Stevenson ci fa partecipi risale al 1961.
La fondazione di Parapsicologia lo aveva invitato ad indagare su una giovane indù di nome Mishra.
Quando la bimba aveva all’incirca tre anni, il padre l’aveva portata con se a far visita ai parenti in una città vicina.
Durante il viaggio di ritorno fecero sosta in un’altra città, Katni, situata circa a 100 km da quella dove la famiglia abitava. I due sedevano in un ristorante davanti ad una tazza di tè e la bimba inaspettatamente disse: “Com’è cattivo! Perché non andiamo a casa dove fanno un tè squisito?” “Quale casa?” domandò il padre stupito, ma poi si distrasse e non domandò altro e i due ritornarono al loro villaggio senza più pensare a quella fantomatica casa. Mishra tuttavia di tanto in tanto riferiva altri dettagli relativi ad essa e due anni dopo circa, altrettanto inaspettatamente propose alla madre di guardarla danzare. La madre acconsentì e Mishra iniziò una danza completamente diversa da quella praticata da sempre nel villaggio, del tutto estranea alle consuetudini e tradizioni locali.
Cantò anche in un dialetto indiano assolutamente sconosciuto in quel luogo.
Nel corso dei sette anni successivi a questo episodio la ragazzina continuò a riferire singolari informazioni ed infine si è scoperto che ella ricordava ben due vite anteriori: una vissuta a Katni, la città dove aveva sostato con il padre anni prima (aveva molti ricordi della città, il suo nome, il nome dei genitori, gli avvenimenti a cui aveva assistito e partecipato e come era morta laggiù, in un incidente stradale).
Ricordava anche un’altra vita vissuta dopo questa.
Ma una delle vicende più drammatiche studiate dal dottor Stevenson è quella di Ravi Shankar, nato a Kanauj, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, nel 1951.
Fin dalla prima infanzia, Ravi sostenne di essere in realtà figlio di un uomo di nome Jageshwar, un barbiere che abitava in una regione vicina. Affermava inoltre di essere stato ucciso.
L’attuale suo padre non credeva una sola parola di tutto questo e cominciò a picchiarlo per fargli smettere di dire assurdità del genere, ma le percosse non ebbero l’effetto di sopprimere i ricordi di Ravi, e più gli anni passavano più egli diventava ossessionato dalle reminescenze della sua esistenza passata. Per di più sviluppò la strana allucinazione che gli assassini che lo uccisero nella sua vita precedente stessero ancora attentando alla sua incolumità.
Anche se l’intera storia appariva fantastica, Ravi era nato, in effetti, segnato da una strana riga: un segno ininterrotto, lungo cinque centimetri, sotto il mento che faceva pensare a una ferita da arma da taglio.
Alla fine i ricordi e l’ossessione di Ravi furono fatti risalire a un omicidio che era avvenuto in quella regione sei mesi prima della sua nascita. Il 19 luglio 1951 il giovane figlio di Jageshwar Prasad, un barbiere del posto, era stato assassinato e decapitato da due uomini. Essi, che erano parenti del barbiere, volevano ereditare la sua proprietà. Gli assassini furono arrestati, ma poi vennero rilasciati per un cavillo giuridico.
Quando Jageshwar Prasad venne a conoscenza di quanto Ravi andava sostenendo, decise di far visita alla sua famiglia per controllare di persona le sue affermazioni. Il barbiere conversò a lungo con Ravi, che gradatamente giunse a riconoscerlo come il padre della sua vita precedente. Ravi gli fornì perfino informazioni dettagliate sul suo assassinio, informazioni note soltanto a Jageshwar e alla polizia. E ancor oggi Ravi ha sotto il mento quel curioso segno che è ciò che rimane a testimonianza del suo omicidio.
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Un'antica dama malefica
Ecco una storia misteriosa accaduta ad un antiquario di Milano che scrisse, qualche anno fa, al "Giornale dei Misteri" ciò che gli era capitato. Per certi versi il racconto è molto interessante e anche molto … intrigante! Leggiamolo.
Quest'uomo, come già detto, viveva a Milano e con il padre aveva una galleria d'arte, per la quale era costretto ad andare molto spesso in Francia, Spagna ed Inghilterra.
Durante un viaggio in Inghilterra, dopo aver concluso un grosso affare ricevette, in dono dal venditore, un quadro che rappresentava una donna giovane e bellissima, vestita con abiti settecenteschi.
Il giorno
seguente, quando a sera, dopo aver fatto tutto il necessario per il rientro in
Italia, rientrò in albergo, trovò il pacco contenente il quadro nella reception.
Lo portò in camera ed andò a dormire.
Durante la notte fu svegliato dal suono di una voce femminile molto dolce, ma quando aprì gli occhi vide solo un leggero alone rosso in un punto della stanza. Ma fu solo un attimo. Poi si riaddormentò.
Tornato a Milano mise il quadro nel suo studio, dimenticandolo, poiché doveva allestire una mostra.
Fu in quel periodo che cominciò ad avvertire delle strane sensazioni che non sapeva come descrivere. Durante la notte gli capitava di svegliarsi con la convinzione di non essere solo oppure sentiva un profumo femminile che gli ricordava la tuberosa.
Finita la mostra sistemò il quadro alla parete.
Una domenica, mentre si trovava nello studio, sentì lo stesso profumo e alzò gli occhi dalla scrivania, trovandosi a guardare il quadro che in quel momento era illuminato dalla luce di un piccolo faro messo in un angolo.
La donna del quadro sembrava ancora più bella, al punto da fargli desiderare che fosse reale, una donna da poter amare. Altre volte provò le stesse sensazioni, ma pensò che fosse perché era troppo solo e decise che era arrivato il momento di parlare seriamente di un rapporto stabile con la ragazza con cui usciva da tempo.
Una sera erano insieme abbracciati, quando sentì di nuovo quel profumo che lo stava ossessionando. Chiese alla ragazza se lo avesse sentito anche lei, ma gli rispose di no.
Quella notte fece un sogno che lo turbò molto.
Sognò di trovarsi davanti al quadro e di vedere la dama ritratta diventare reale, poi la vedeva avvicinarsi lentamente diventando sempre più grande, finché il suo corpo oltrepassò quello di lui, sparendo alle sue spalle. Guardò il quadro e vide che la cornice era vuota. Chiuse gli occhi e quando li riaprì la dame ara tornata dentro.
Si svegliò angosciato ma si tranquillizzò realizzando che era solo un sogno.
Nel frattempo la relazione con la sua compagna finì.
Da quel momento iniziò a passare sempre più tempo ammirando la donna del quadro. Spesso la notte la sognava con piacere. Ma poi i suoi sogni si trasformarono in una realtà da incubo.
L'uomo fece un viaggio in Francia e la sera che tornò a casa era stanchissimo.
Andò nello studio per scrivere degli appunti e guardò il quadro. L'espressione della donna era piena di cattiveria, quasi di odio. Distolse lo sguardo e quando tornò a guardare il quadro era tutto normale. Pensò che tutto fosse a causa della stanchezza e andò a letto.
La notte fece un sogno spaventoso.
Sognò di essere disteso in un luogo sconosciuto, circondato da bagliori di luce rossastra. L'unico suono che sentiva era il battito del suo cuore. Improvvisamente tra i bagliori apparve una figura coperta totalmente da un mantello, che si avvicinò a lui riempiendolo di paura.
Quando gli fu vicino si scoprì il viso e lui riconobbe la donna del quadro. Rasserenato l'abbracciò e la baciò. Mentre la stringeva, lei si trasformò in un orrendo ragno nero e peloso. L'unica cosa che le era rimasta uguale era il viso bellissimo.
Si svegliò sconvolto, ma poi si calmò rendendosi conto che era solo un incubo, probabilmente dovuto alla stanchezza.
Purtroppo i sogni continuarono rendendo la sua vita un inferno. I medici gli prescrissero dei tranquillanti poiché non aveva nessuna malattia.
La solitudine lo spaventava, così decise di trovarsi una nuova compagna, la quale, poco tempo dopo, andò a vivere con lui. Ma i fatti strani continuarono, spaventandola e gli eventi sembravano accanirsi contro di lei.
Una sera, quando lui rientrò a casa, la trovò a terra svenuta. Quando si riprese si aggrappo a lui gridando e piangendo e gli raccontò cosa era successo.
La donna era uscita per delle spese e quando era tornata aveva trovato le luci accese. Le era sembrato strano perché era sicura che fossero spente quando era uscita. Poi era suonato il telefono e lei era andata a rispondere nello studio. Finita la conversazione si era girata e aveva visto la testa della donna del dipinto staccarsi dal quadro e avvicinarsi lentamente a lei, "diventando sempre più grande fino ad assumere la forma di una bocca enorme da cui uscivano piccole serpi guizzanti". Spaventata a morte lei non era riuscita a muoversi, poi, quando quella sembrava sul punto di raggiungerla, lei si era alzata per scappare ma tutto era buio e lei era svenuta.
Lui dopo aver ascoltato il racconto decise di riportare il quadro in Inghilterra appena fosse tornato là per lavoro e così fece. Purtroppo colui che gli aveva dato il ritratto aveva chiuso l'attività a causa di un grave lutto e nessuno sapeva dirgli dove fosse andato. La cosa era strana visto che era stato in contatto con lui fino a pochi mesi prima.
Tornato a Milano cercò di vendere il quadro ma non ci riuscì.
Tutto comunque sembrava essere tornato alla normalità: gli incubi erano quasi spariti e non sentiva più quel profumo femminile.
Una domenica era nello studio. Alzando gli occhi vide il quadro con la donna nel posto dove prima era stato appeso, prima di sostituirlo con un paesaggio.
La donna lo guardava con un ghigno cattivo, quasi diabolico. Chiuse gli occhi e quando li riaprì il paesaggio era tornato al suo posto.
L'uomo si spaventò e d'accordo con la sua compagna bruciarono il quadro. Passarono circa due mesi ma continuarono a sentire degli strani rumori in casa durante la notte e a volte anche il pianto di una donna. I rumori non potevano venire da fuori perché l'uomo viveva in un attico e il suo era il solo appartamento.
La spiegazione che fu data a questi avvenimenti dalla persona che rispose a quella lettera, fu che il quadro rappresentava una donna che aveva vissuto una vita dissoluta ed era stata un'amante perversa. Il suo ritratto con i secoli aveva acquistato una potenza psichica. Utilizzava quella per manifestarsi e "vivere" ancora, ottenendo il possesso psichico della "vittima". Una volta distrutta la sua immagine, aveva perso il suo potere. Ciò nonostante era rimasta la sua essenza che piangeva e si disperava per l'immagine perduta.
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Il mistero di Stonehenge

Uno spettacolo di rara imponenza si presenta agli occhi di chi si reca nella pianura di Salisbury, nel Wiltshire, in Inghilterra. Si tratta di pietre gigantesche, maestosamente erette, disposte in gruppo circolare, stupefacenti per la precisione della loro architettura: il famoso cerchio di pietra di Stonehenge. La datazione, effettuata con il radiocarbonio, fa risalire l'inizio della costruzione del complesso al 3000 a.C., ma nessuno ancora è riuscito a identificarne l'origine e a comprendere soprattutto la ragione della sua esistenza. La prima testimonianza scritta sulla costruzione megalitica di Stonehenge risale alla Historia Regum Britanniae ["Storia dei re di Gran Bretagna") di Goffredo di Monmouth, vescovo gallese del XII secolo: è proprio in queste cronache, commistione di verità e leggenda, che appare il personaggio del mago Merlino, figura chiave delle leggende di Re Artù, della Tavola Rotonda e del Santo Graal. Goffredo narra di come il condottiero Aurelius Ambrosius, volendo commemorare i caduti in una grande battaglia contro i Sassoni, fosse stato consigliato ,da Merlino di trasportare in Inghilterra la Chorea Gigantum (Danza dei Giganti], un monumento anticamente eretto in Irlanda. L'idea è senz'altro suggestiva, ma le navi del VI secolo d.C. sarebbero state in grado di trasportare simili blocchi di pietra? Studi recenti sembrano peraltro confermare che i megaliti provengano proprio dall'Irlanda, ma a smentire la datazione di Goffredo è il fatto che la costruzione di Stonehenge sia in realtà di molto anteriore al VI secolo. Chi l'ha costruita, dunque? E come? E perché? Le ipotesi sono molte. Alcuni hanno attribuito il complesso ai Fenici, altri ai Romani, altri ancora ai Vichinghi, La pietra posta al centro del cerchio di megaliti per indicare la posizione del sole nel solstizio d'estate e d'inverno ha lasciato supporre inoltre che la costruzione fosse sorta per rispondere a finalità astronomiche: si pensa che il sito archeologico possa essere servito come osservatorio dove avevano luogo rituali primitivi o cerimonie religiose. Successivamente, correlando i misteriosi "giganti" di cui parla Goffredo con quelli citati nella Genesi, lo studioso inglese Thomas C. Lethbridge ha ipotizzato l'esistenza di una razza non umana, ma simile all'uomo [che la Genesi indica come "figli di Dio" in contrapposizione ai "figli dell'uomo"], giunta sulla Terra e fusasi con la popolazione locale. Da questo a collegare l'ipotesi con quella di visitatori extraterrestri il passo è breve. La presenza di costruzioni megalitiche analoghe a quella di Stonehenge sparse nel mondo ha indotto molti a pensare che si trattasse di veri e propri segnali destinati a coloro che viaggiavano nel cielo sulle misteriose "macchine volanti", spesso descritte nei testi antichi. Quasi a suggerire che Stonehenge altro non fosse che una specie di torre di controllo ante litteram.
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La combustione umana spontanea
(Laura Cherri)
Bruciare vivi: una morte orribile. Non stiamo parlando di Medioevo, Santa Inquisizione e streghe condannate al rogo, ma di un raccapricciante fenomeno che lascia perplessi medici e scienziati. Con la definizione combustione umana spontanea, conosciuta con l’abbreviazione SHC (dall’inglese Spontaneous Human Combustion), si indica il fenomeno per cui una persona brucia in modo repentino, senza apparenti cause esterne, lasciando il resto dell’ambiente pressoché inalterato.
Sfortunata protagonista del primo caso documentato fu Nicole Millet, nel 1725. Il marito fu accusato di averla uccisa e di aver tentato di bruciarne il corpo nel caminetto di casa. La donna aveva fama di alcolista senza speranza e tutti erano convinti che questo fosse il movente dell’omicida, un uomo esasperato da anni di litigi che alla fine aveva perso la pazienza.
Nel 1731 ecco un altro celebre caso di SHC. La Contessa Cornelia Bandi di Cesena, sessantadue anni, morì nella sua stanza. La cameriera trovò i suoi resti poco lontano dal letto, le gambe intatte, il resto ridotto in cenere, tranne una piccola porzione annerita del cranio. Sembrava proprio che l’incendio fosse partito dal centro del suo petto. Le pareti della stanza erano coperte di una sostanza grassa e i mobili di fuliggine.
Nel 1763 Jonas Dupont pubblicò De Incendiis Corporis Humani Spontaneis, ricca collezione di casi di SHC, partendo dalla vicenda giudiziaria di Millet. A lui va il merito di aver intrapreso la lunga e faticosa strada della seria ricerca e di aver portato all’attenzione dell’opinione pubblica un argomento fino ad allora considerato parte del folclore popolare. In seguito altri scrittori si ispirarono ai casi di SHC per rendere le proprie opere più inquietanti, tra questi Charles Dickens.
Più tardi anche il mondo dei fumetti ne sarebbe stato influenzato dando vita al personaggio La Torcia Umana dei Fantastici Quattro. Il 2 luglio 1951, a St. Petersburg, in Florida, la sessantaseienne Mary Hardy Reeser diventò tristemente famosa morendo in circostanze poco chiare. La padrona di casa era passata a farle visita. Dopo aver bussato più volte senza ricevere risposta, aveva deciso di entrare per accertarsi che Mary stesse bene. Appena varcata la soglia aveva capito che qualcosa non andava. Si era diretta in salotto e aveva visto ciò che restava della mite vecchina: un mucchio di cenere, parte del cranio e il piede sinistro, intatto. Il soffitto e le pareti erano ricoperti da una sostanza oleosa. Alcuni oggetti si erano liquefatti. Per la polizia Mary era morta a causa di un banale incidente domestico: si era addormentata con la sigaretta accesa che, una volta caduta sulla sua camicia da notte di tessuto sintetico, aveva innescato la combustione. La donna era stordita dai sonniferi che aveva preso e quindi incapace di reagire in alcun modo. Il grasso del suo corpo, l’imbottitura della poltrona e il pavimento di legno avevano fatto il resto. Uno dei medici che esaminò i resti di Mary si disse sorpreso che il forte calore che aveva incenerito la donna non avesse distrutto anche l’intero appartamento.

Mary Hardy Reeser
Nel 1964 Helen Conway, un’abitante di Delaware County, Pennsylvania, si aggiunse alla lista. L’8 novembre i suoi resti furono rinvenuti nella camera da letto. Il fatto che fosse una fumatrice con la pessima abitudine di spegnere le sigarette dove capitava (la stanza era piena di piccole bruciature) portò la polizia a chiudere velocemente il caso. La nipote della donna era sicura che non si trattasse di un incidente. La ragazza era entrata nella stanza per salutare la nonna, quindi era uscita per poi tornare subito indietro, incuriosita da uno strano rumore. Riaperta la porta aveva visto la signora Conway che bruciava. Tra la sua telefonata ai pompieri e il loro intervento erano passati non meno di sei minuti e non più di venti. Troppo pochi perché potesse ridursi in cenere.

I resti di Helen Conway, "bruciata" in pochi minuti
Nel 1966, a Coudersport, in Pennsylvania, il dottor Irving Bentley, 92 anni, entrò in bagno per l’ultima volta. Il giorno dopo i suoi resti furono ritrovati accanto alla tazza del water. La zona dell’incendio era ben circoscritta, il fuoco non aveva danneggiato la tazza che si trovava a poca distanza. Un piede dell’uomo era ancora intatto.

I resti di Irving Bentley
Nel 1980 a Gwent, nel Galles, John Heymer, agente della scientifica, fu chiamato a investigare su uno strano caso. La vittima si chiamava Henry Thomas, settantadue anni, e di lui erano rimasti i due piedi coperti dai calzini e un cranio parzialmente distrutto dal fuoco. Il resto era cenere. La poltrona era bruciata e il tappeto era carbonizzato solo nella parte superiore. Finestre e porte della casa avevano guarnizioni contro il freddo che in pratica sigillavano l’ambiente. Una volta consumato l’ossigeno presente, il fuoco avrebbe dovuto spegnersi. Heymer si domandava come mai il corpo avesse continuato a bruciare fino a consumarsi quasi interamente.

I resti di Henry Thomas
Le
antiche teorie vedevano in stretta relazione alcol e incendio. In pratica, un
ubriaco rischiava di prendere fuoco in ogni momento, evenienza non del tutto
improbabile, a patto che il soggetto avesse ingerito una quantità esorbitante di
alcol. Ma in quel caso sarebbe finito in coma etilico molto prima di
incendiarsi. Oggi si sa che l’unica vera colpa dell’alcol è di alterare la
mente: chi beve è meno attento nel ‘maneggiare’ il fuoco (accendini, sigarette
ecc.) e più lento a reagire quando perde il controllo su di esso. Ecco l’unico
modo in cui si possono mettere in relazione ubriachezza e fiamme.
Scartato l’alcol, si pensò che tutto dipendesse dal grasso corporeo.
È
vero che molte delle vittime erano sovrappeso, ma tante altre erano magre.
Fu tirata in ballo anche una forma particolarmente cruda di intervento divino
per punire i peccatori. Inutile commentare. Ugualmente inaccettabili le
congetture su regimi alimentari carenti in grado di spingere l’apparato
digerente a ribellarsi tramite reazioni chimiche mortali. Le cellule del corpo
impazziscono e attivano una reazione a catena. Possibile? I medici dicono di no:
il fisico può dare delle noie, se trattato male, ma non è in grado di
autodistruggersi con quelle modalità.
E che
dire dei vestiti? Colpa loro? Le fibre di alcuni tessuti, a contatto con la
pelle, agirebbero da ‘miccia’ a specifici cocktail chimici del corpo. Se
pensiamo alle scintille che sprigionano certi capi d’abbigliamento quando ce li
sfiliamo (la fastidiosissima elettricità statica), non è difficile pensare che
questa potrebbe essere una spiegazione plausibile. Esistono persone che invece
di scaricare l’elettricità statica sarebbero in grado di trattenerla e
accumularla fino a esplodere? Oppure la carica elettrica è da imputare a fulmini
globulari? Questo tipo di fulmine (ancora poco conosciuto) si presenta come una
massa di energia luminosa dal comportamento imprevedibile. Può attraversare una
casa entrando da una finestra e uscendo dall’altra senza ferire gli esseri
umani, ma può anche scaricarsi sulla prima massa solida che incontra. Se tale
massa solida fosse un uomo già sovraccarico di elettricità statica, potrebbe
svilupparsi un intenso calore e lo sventurato si ritroverebbe avvolto dalle
fiamme. Nessuno sa per certo se questo possa avvenire, l’unica cosa sicura è che
i fulmini globulari celano ancora molti segreti. Un corpo, per bruciare
interamente, ha bisogno di 1.300 gradi centigradi. Questa è la temperatura degli
odierni forni crematori per distruggere un cadavere nel giro di un’ora. E anche
in quel caso non si riesce mai a incenerirlo del tutto. Le ossa vengono raccolte
e frantumate per poi finire nell’urna funebre. Un normale incendio domestico
raggiunge, in media, i 300 gradi. Bisogna quindi pensare che nei casi fin qui
esposti le vittime siano state avvolte da un calore enormemente superiore a
quello dei forni crematori. Se così fosse, anche le abitazioni sarebbero andate
in fumo. Molti addetti ai forni crematori sono stati chiamati ad analizzare le
macabre foto. Tutti hanno ammesso che anche per loro sarebbe difficile ridurre
un corpo in cenere in così breve tempo e che la temperatura necessaria a
completare tale procedura non può svilupparsi in comuni spazi come il salotto o
il bagno.
Molti studiosi che negano l’esistenza della SHC, parlano del cosiddetto ‘Effetto
stoppino’. Strati di vestiti facilmente infiammabili potrebbero, nel caso di un
uomo obeso, fare appunto da stoppino e favorire il bruciare del grasso corporeo,
proprio come fosse cera di candela. Le gambe, provviste di una quantità
inferiore di grasso, sono più lente a bruciare. Ecco perché, la maggior parte
delle volte, non vengono toccate dalle fiamme. Per illustrare il concetto al
pubblico, nel 1999 la BBC si occupò del mistero di Helen Conway, catalogandolo
come un caso dovuto proprio all’effetto stoppino. I pochi minuti trascorsi tra
l’inizio dell’incendio e l’arrivo dei pompieri non erano sufficienti perché un
corpo finisse carbonizzato, ma nessuno prese in considerazione questo
particolare. Oltre al caso Conway il documentario comprendeva un filmato molto
particolare: vi si vedeva un maiale morto che bruciava. Si trattava
dell’esperimento ideato e condotto dal Dottor
John de Haan
dell’istituto di Criminologia della California. De Haan avvolse il suino in una
coperta a simulare un essere umano vestito, versò una piccola quantità di
benzina sul tessuto e diede fuoco al fagotto. Assieme al Dottor de Haan c’erano
scienziati, studiosi, medici, vigili del fuoco e sostenitori della SHC. Era
stato scelto un maiale perché il suo grasso è simile a quello degli esseri
umani. Dopo sette ore di costante bruciare il maiale non era ancora distrutto
completamente. Il test servì per dimostrare che un uomo poteva consumarsi a poco
a poco e ridursi nelle condizioni in cui molte delle vittime erano state
trovate. In sostanza era solo una questione di tempo. Occorreva un agente
scatenante (sigaretta, candela) e un po’ di carburante per portare avanti
l’incendio. Anche del profumo, che sappiamo contenere una certa quantità
d’alcol, poteva servire a quello scopo. Interessante l’esperimento, un po’ meno
le conclusioni. Difficile immaginare le vittime che rimangono ferme come pezzi
di legno. Dobbiamo forse dedurre che quelle persone fossero già morte prima
dell’incendio? Tutte quante? Impossibile. E che dire di Helen Conway, ridotta in
polvere non in sette ore, ma in pochi minuti? La scienza dice che non si prende
fuoco senza ragione e noi dovremmo crederle. Ma i neuroni cerebrali di chi si
occupa di fatti insoliti rifiutano di stazionare nei recinti costruiti dagli
scettici, soprattutto quando salta fuori la loro parola preferita: ‘testimoni'.
Parliamo di ciò che accadde il 13 settembre 1967 a Lambeth, nel sud di Londra.
Alcune persone videro una luce strana provenire dall’interno di una casa
diroccata e chiamarono i vigili del fuoco. Il comandante John Stacey entrò
nell’edificio con i suoi uomini e scoprì che la luce strana altro non era che il
cadavere in fiamme del vagabondo Robert Bailey, conosciuto in tutta la
cittadina. Si dovette scaricare più di un estintore per spegnere la caparbia
fiamma blu che fuoriusciva dallo squarcio in mezzo all’addome dell’uomo.
Sembrava essersi trasformato in una lampada a gas. Aveva i denti conficcati
nella balaustra della scala e questo fece pensare che fosse vivo quando le
fiamme si erano sprigionate dal suo stesso corpo. I suoi vestiti erano integri,
a eccezione della zona attorno all’addome. L’edificio, che stava per essere
demolito, non era dotato né di gas né di elettricità. Attorno al cadavere di
Robert non c’erano altri materiali che potessero giustificarne la morte. La
competente squadra di pompieri aveva dovuto faticare parecchio per avere ragione
di quel tipo di fiamma. John rimase molto impressionato dall’episodio. La
testimonianza di un vigile del fuoco è preziosa, perché nessuno come un esperto
di roghi può confermare o meno la singolarità di un incendio. Sulla base di ciò
che videro i suoi occhi, John Stacey escluse all’istante l’effetto stoppino. La
fiamma era di un blu brillante, ben visibile dall’esterno e quindi diversa da
quella meno vistosa dell’effetto stoppino.
Nel 1982 a Edmonton, una località nei pressi di Londra, Jeannie Saffin, una donna di sessanta anni con problemi mentali, prese fuoco davanti agli occhi del padre mentre sedeva al tavolo della cucina. Le fiamme le avvolgevano testa e mani, ma lei non sembrava soffrirne. Atterrito, l’uomo la spinse verso il lavandino e tentò disperatamente di spegnere le fiamme, gridando il nome del genero che arrivò giusto in tempo per assistere a una scena da incubo. La testa e il torace dell’anziana ardevano come legna. In seguito disse di aver sentito provenire dalla bocca aperta della povera Jeannie una specie di basso ruggito, lo stesso rumore che fa il camino quando lavora a pieno regime. Nonostante l’intervento dei due parenti, Jeannie morì e sul certificato di morte fu scritto che il decesso era dovuto a un incidente domestico. Seppur perplesso, il coroner preferì archiviare il caso in questo modo per non mettere a repentaglio la propria reputazione esponendo teorie giudicate assurde dalla medicina moderna. Il padre e il genero di Jeannie continuarono a sostenere che non si era trattato di incidente, ma di qualcosa che li aveva spaventati a morte entrambi e che mai avrebbero dimenticato.
Nel
1998 si registrò un altro decesso misterioso. Lo senario era Sidney, in
Australia. Mentre sedeva nell’auto di sua figlia, lato passeggero, Agnes
Phillips, ottantadue anni, prese fuoco. La figlia, Jackie Park, l’aveva appena
prelevata dalla casa di riposo per portarla a fare un giro. Parcheggiata la
macchina, Jackie si era allontanata per entrare in un negozio. Pochi istanti
dopo vide del fumo uscire dai finestrini. Lei e altri passanti estrassero
l’anziana dall’auto e riuscirono a soffocare le fiamme dopo alcuni interminabili
minuti. Agnes venne ricoverata con ustioni gravi su gran parte del corpo e morì
una settimana dopo. Perché la signora Phillis si incendiò come se qualcuno le
avesse gettato addosso della benzina? Nessuno riuscì a stabilirlo, nemmeno
l’ispettore dei vigili del fuoco, Donald Walshe, che si occupò del caso. L’auto
non era in moto, non c’erano liquidi infiammabili nell’abitacolo, non c’erano
fili mal collegati che avrebbero potuto causare un corto circuito, né lei né sua
figlia erano fumatrici e la temperatura esterna, il giorno della tragedia, era
mite.
Prima di lei altre due donne, Olga Worth Stephen (1964, Dallas, Texas) e Jeanna
Winchester (1980, Jacksonville, Florida) avevano preso fuoco in circostanze
analoghe. La seconda era sopravvissuta, con il venti per cento del corpo
ustionato. L’incidente le aveva lasciato fastidiosi problemi di motilità
riguardanti braccia, collo e spalle, ma nonostante ciò Jeanna si diceva felice
di essere ancora viva. Non ricordava nulla dell’incidente. Ci sono altri casi,
altre vittime, e naturalmente altri studiosi troppo sicuri di sé pronti a
sciorinare le loro teorie giudicate inattaccabili. La verità è che nessuno può
dire di sapere esattamente quali forze piroettano invisibili attorno a noi,
pronte a manifestarsi nelle forme più disparate. Senza inoltrarsi troppo nel
campo del paranormale si potrebbe suggerire l’ipotesi di un Poltergeist che non
si accontenta di muovere gli oggetti. Un’idea che fa rabbrividire.
Nei nostri discorsi quotidiani divampiamo, metaforicamente, in tanti modi.
Bruciamo le tappe, bruciamo i ponti, bruciamo gli avversari, bruciamo di
passione. Fare la fine di Giovanna d’Arco non rientra sicuramente nei programmi
di nessuno. Eppure, là fuori, qualcuno brucia di fuoco vero e nessuno sa ancora
perché.
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Coincidenze davvero molto strane
(Laura Cherri)
Coloro che credono nella reincarnazione affermano che tutte le azioni commesse in questa vita avranno precise conseguenze nella successiva. Il compito fondamentale di ciascuno di noi è quindi di correggere tutti i lati negativi del nostro carattere e soprattutto evitare di fare di proposito del male a chicchessia. Non ci può essere altra spiegazione a eventi che si ripetono nel tempo, con le stesse modalità, e che hanno come protagonisti personaggi dai tratti del volto ed esistenze molto simili. Questo l’argomento di alcune delle storie che state per leggere. Poi ci sono quei casi che fanno pensare a insoliti scherzi del destino, all’ineluttabilità di certi eventi, a uno schema ben preciso che noi non vediamo e di cui siamo vittime inconsapevoli. È davvero così? Di solito si tende a pensare che si tratta di semplici coincidenze, di singolari combinazioni, ma in alcuni casi è davvero difficile mettere da parte spiegazioni più inquietanti. Diamo dunque il via alla carrellata di fatti insoliti.
Partiamo con il caso più famoso di tutti:
Lincoln-Kennedy. Sono
state tirate in ballo molte più coincidenze di quante ne esistono in realtà,
tuttavia quelle reali demarcano un enigmatico collegamento tra le vite di due
degli uomini più importanti della storia americana.
Lincoln divenne presidente nel 1860, Kennedy nel 1960, cento anni esatti tra
un’elezione e l’altra. Furono uccisi da un proiettile che li colpì alla testa.
Lincoln morì al Ford Theater, Kennedy morì mentre era a bordo di una Lincoln
costruita dalla Ford. A entrambi subentrarono i vicepresidenti con lo stesso
nome, Johnson. Il primo, Andrew Johnson, era nato nel 1808, il secondo, Lyndon
Johnson, nel 1908. Di nuovo cento anni. Il segretario privato di Lincoln era
chiamato da tutti John, quello di Kennedy si chiamava Lincoln. L’assassino di
Lincoln, John Wilkes Booth,
era nato nel 1839, quello di Kennedy,
Lee Harvey Oswald
(prendendo in esame la teoria più conosciuta del folle che agisce da solo) nel
1939. Sempre cento anni. Sia Booth che Oswald furono a loro volta assassinati
prima di poter arrivare al processo. Booth uccise Lincoln in un
teatro e si rifugiò in
seguito in una rimessa (intesa anche come deposito) mentre Oswald sparò dalla
finestra di un deposito e si rifugiò in un cinema (o teatro che dir si voglia).
Se si cominciano a contare le lettere dei nomi dei protagonisti si possono
riscontrare parecchie coincidenze che magari non significano nulla o che invece
significano molto. Lincoln e Kennedy: sette lettere. John Wilkes Booth e Lee
Harvey Oswald: quindici lettere. Andrew Johnson e Lyndon Johnson: tredici
lettere (qui non si è tenuto conto del secondo nome). Che pensare? Assassino e
vittima che si inseguono di epoca in epoca, condannati a rivivere lo stesso
tragico dramma. Quasi un disegno diabolico atto a fermare chiunque osi porre
l’accento su valori importanti come la lotta alla discriminazione razziale per
la quale sia Lincoln che Kennedy si impegnarono a fondo, inserendola tra le
prime voci del programma presidenziale.
Seconda storia. La nobildonna Edith Sitwell e la regina Elisabetta I. Tra le due c’è una somiglianza straordinaria e dai ritratti lo si può vedere benissimo. Sono nate a distanza di 350 anni l’una dall’altra, esattamente lo stesso giorno, il 7 settembre, esattamente nello stesso arco di tempo, ovvero tra le tre e le quattro di pomeriggio. La loro nascita non fu benaccetta dai genitori che, in entrambi i casi, desideravano un maschio. Nessuna delle due si sposò mai e coltivò il medesimo profondo interesse per la poesia. Per tutta la vita soffrirono entrambe di frequenti crisi depressive. Reincarnazione? I fatti sembrano confermarlo. Forse, a causa di questa tendenza a una tristezza ingiustificata, la stessa anima fu rispedita sulla terra perché imparasse ad amare la vita. L’esistenza di Edith Sitwell fu uguale a quella della regina, e lei non fece nulla per cambiare il corso degli eventi. Molto probabilmente ora la sua anima vaga ancora di corpo in corpo, trascinandosi dietro lo stesso destino.


Elisabetta I, a sinistra, e Edith Sitwell, due gocce d'acqua
Nel caso di Mary Ashford e Barbara Forrest non c’è una eclatante somiglianza fisica, ma queste due ragazze sono unite intimamente da una morte violenta avvenuta per mano di uno squilibrato. Mary nacque nel 1797 e Barbara nel 1954. La prima fu brutalmente assassinata e, a centocinquant’anni di distanza, Barbara avrebbe fatto un’identica fine. I loro cadaveri furono ritrovati lo stesso giorno, il 27 maggio, nella stessa città. Il giorno prima era il lunedì di pentecoste, sia nel 1817 che nel 1974. Furono entrambe stuprate prima di venire uccise e il decesso avvenne alla stessa ora. Gli assassini portavano lo stesso cognome (Thorton) e cercarono di nascondere i cadaveri nel medesimo modo, cioè coprendoli con foglie e rami. La sera prima sia Mary che Barbara avevano fatto visita a un amico, poi si erano cambiate d’abito ed erano andate a una festa. Dieci giorni prima di morire Barbara disse a un amico: “Questo sarà per me un mese sfortunato. Lo sento. Non chiedermi perché.” Non si sa se anche Mary confessò il suo presentimento a un amico. Date le circostanze, è molto probabile di sì.


Mary Ashford a sinistra, e Barbara Forrest, unite da uno stesso tragico destino
Nel 1971, a Detroit, un bambino cadde dal quattordicesimo piano di un palazzo e finì addosso a Joseph Figlock. Bambino e ragazzo se la cavarono con qualche livido. Esattamente un anno dopo, lo stesso giorno, nello stesso punto, Joseph passò accanto al palazzo e il bambino cadde di nuovo tra le sue braccia. Leggenda metropolitana? No, ci sono due articoli di giornale che confermano la veridicità del fatto.
Nel 1975, nelle Bermuda, due fratelli morirono a distanza di un anno l’uno dall’altro nel medesimo modo. Viaggiavano in moto lungo la stessa strada e furono investiti dallo stesso taxi guidato dallo stesso tassista e che aveva a bordo, incredibile ma vero, lo stesso passeggero.
Nel 1944, in Inghilterra, un maestro produsse un cruciverba per il Daily Telegraph che conteneva i seguenti nomi: Omaha, Utah, Mulberry, Neptune e Overlord. Cosa c’è di strano? Che questi sarebbero stati, tempo dopo, i nomi in codice usati per indicare le varie zone dello sbarco in Normandia. Overlord indicava il D-day, il giorno dell’attacco.
Nel 1898 uscì il romanzo Futility che parlava di una gigantesca nave, il Titan, che durante il viaggio inaugurale finiva per scontrarsi con un iceberg più o meno nello stesso punto in cui, nel 1912, il Titanic sarebbe affondato. Nel 1939 il capitano di un’altra grande nave si rese conto che l’imbarcazione si trovava dalle parti del famoso disastro e, scosso da una tetra premonizione, fece fermare i motori. Qualche istante dopo un iceberg comparve tra le nebbie e danneggiò lo scafo. Il danno sarebbe stato sicuramente maggiore se il vascello si fosse ritrovato a viaggiare spedito al momento dell’impatto. Il nome della nave? Il Titanian.

Il Titanian
Le vite di due presidenti degli Stati Uniti, Thomas Jefferson e John Adams rientrano nella categoria degli X-files. Durante la guerra d’indipendenza americana Jefferson mise nero su bianco le sue idee e firmò la Dichiarazione di Indipendenza, approvata e diffusa da Adams. Quest’ultimo divenne il secondo presidente e il suo collega il terzo. Morirono entrambi lo stesso anno, il 1826, lo stesso giorno, il 4 luglio, proprio quello in cui si festeggiava la famosa Dichiarazione che li aveva visti intensamente impegnati.
Da ragazzo, re
Luigi XVI (a lato) fu più volte
avvertito da un astrologo che il 21 di ogni mese sarebbe stato sempre il suo
giorno sfortunato. Per questo motivo, una volta salito al trono, Luigi rifiutò
sempre di mettere in atto progetti o di partecipare a riunioni in quel giorno.
Il 21 luglio 1791 il re e la regina furono arrestati a Varenne mentre cercavano
di scappare dalla Francia ormai sconvolta dalla rivoluzione. Il 21 settembre la
monarchia fu abolita e la Francia divenne una repubblica. Il 21 gennaio 1793
Luigi veniva decapitato. Complimenti all’astrologo.
Nel 1836, a Vienna, il famoso pittore Joseph Aigner aveva diciotto anni e aveva appena infilato la testa nel cappio quando un frate cappuccino entrò nella stanza e gli impedì di compiere l’insano gesto con parole gentili. Quattro anni dopo, a Budapest, Joseph era di nuovo caduto in depressione e di nuovo si preparava a lasciare questo mondo. Lo stesso frate lo salvò ancora una volta. Otto anni dopo il pittore fu condannato a morire sulla forca da una giuria per questioni politiche, ma l’intervento accorato del medesimo frate convinse la giuria a sospendere la pena. Nel 1886 Joseph aveva appena compiuto sessantotto anni e non sopportava più di vivere in uno stato di costante depressione. Prese una pistola e si sparò. Evidentemente aveva capito di dover lasciare da parte il nodo scorsoio e cambiare metodo. L’intuizione fu un successo er lui e una disgrazia per coloro che lo amavano. Indovinate chi fu a celebrare il funerale?
Il matrimonio tra il Duca d’Aosta e la principessa Maria del Pozzo, avvenuto il 30 giugno 1867, portò indirettamente alla morte di ben sei persone. Una delle cameriere della principessa si impiccò, il portiere dell’albergo in cui la coppia soggiornò si tagliò la gola, il colonnello che guidò il corteo nuziale ebbe un collasso causato da un colpo di sole, un capostazione finì sotto il treno che trasportava gli sposini, l’aiutante del re, padre del Duca, cadde da cavallo e morì sul colpo, il testimone dello sposo si sparò. Per caso la sposa aveva un bouquet di crisantemi invece che di fiori d’arancio?


Amedeo d'Aosta e Maria del Pozzo
Negli anni ’30, a New York, un treno deragliò nei pressi di un ponte levatoio e finì nella baia di Newark. Morirono 30 persone. Il giorno dopo un giornale aveva in prima pagina la foto di uno dei vagoni nel momento in cui veniva tirato fuori dall’acqua. Sul fianco era chiaramente visibile il numero 932. Molte persone lo annotarono e tentarono la fortuna giocandolo al Manhattan Numbers Game (il nostro lotto) e vinsero. No comment.
Nel 1940 due gemelli furono separati alla nascita e adottati da due coppie che non si conoscevano. A entrambi fu dato il nome James. In seguito i gemelli sposarono una donna che si chiamava Linda ed ebbero un figlio maschio che chiamarono James Alan. In seguito divorziarono. Quarant’anni dopo si ritrovarono e scoprirono che i loro hobbies, i loro gusti e le esperienze che avevano avuto erano praticamente gli stessi. I misteri sulle coppie di gemelli non finiscono mai.
Nel 1893 Henry Zieglan commise il fatale errore di lasciare la sua fidanzata. Il fratello di quest’ultima pensò di vendicare l’onore della ragazza sparando a Henry. Il proiettile lo ferì solo di striscio e andò a conficcarsi nel tronco di un albero alle sue spalle. L’aggressore si pentì di ciò che aveva fatto e si fece saltare le cervella. Circa venti anni dopo Henry stava sistemando il giardino e quell’albero gli sembrava più un ingombro che un ornamento. Decise di liberarsene in modo drastico con la dinamite. Mentre il tronco andava in mille pezzi la pallottola fu proiettata all’esterno, volò verso Henry e lo colpì alla testa. Quando è destino è destino. Punto.
C’è un romanzo, scritto da Edgar Allan Poe, che si intitola Le avventure di Arthur Gordon Pym, pubblicato nel 1837. Racconta di quattro marinai che trovano rifugio nella scialuppa di salvataggio di una nave che sta affondando. Nella piccola imbarcazione non c’è cibo. Resi folli dalla fame, decidono di divorare colui che avrà la sfortuna di scegliere la pagliuzza più corta. Il povero mozzo Richard Parker viene ucciso e mangiato dai suoi compagni. A quarant’anni di distanza la vicenda assunse toni meno romanzeschi e più reali. Quattro naufraghi, costretti al digiuno in una scialuppa per giorni e giorni, ricorsero al metodo della pagliuzza per decidere chi doveva fare da pasto. A perdere fu il mozzo di bordo che si chiamava, guarda un po’, Richard Parker. Poe aveva forse avuto una specie di premonizione? Chissà.
Il famoso scrittore Thomas Wolfe avrebbe voluto scrivere un romanzo dal titolo K-19. La storia si sarebbe basata su un autobus che portava questa sigla destinato ad avere una profonda influenza sulle vite dei protagonisti. C’era l’idea ma non una storia ben delineata e quindi Thomas si dedicò ad altri progetti lasciando da parte il K-19. Non riuscì mai a riprenderlo in mano, perché nel 1938 morì per un infarto. Il suo editore, Maxwell Perkins, seguì personalmente i funerali e quando si trovò dietro al il carro funebre che aveva a bordo la bara dello scrittore ebbe modo di vedere la targa. La parte finale era K-19.
Nel 1885
John Lee (nella foto a
sinistra) stava per
morire impiccato. Aveva ucciso
Emma Anna Keyes a colpi di accetta. Quando il boia fece scattare il
meccanismo che apriva la botola sotto i piedi del condannato questa non si aprì.
Si verificò il corretto funzionamento del congegno e tutto risultò a posto. Sì
tentò una seconda volta e di nuovo la botola non si aprì. Fu chiamato il
falegname perché sistemasse gli angoli con una pialla, ma neanche la terza volta
l’esecuzione andò in porto. La folla, il boia e lo sceriffo erano stupefatti.
Decisero di rispedire il prigioniero in cella. La condanna a morte fu commutata
in ergastolo, ma dopo venti anni Lee fu rilasciato sulla parola. Visse fino a
tarda età e nessuno riuscì mai a capire cosa fosse successo quel giorno, sulla
forca, mentre aveva già il sacco di tela sulla testa e il cappio attorno al
collo. Per qualche motivo la morte lo aveva rifiutato.
Galileo morì nel mese di dicembre del 1642. Lo stesso mese di quell’anno nacque Isaac Newton. Interessante, no?
Lo sfortunato Apollo 13 si staccò dal suolo alle ore 13.13 dell’11 aprile 1970. Due giorni dopo, il 13 aprile, una violenta esplosione a bordo segnava l’inizio di un incubo che, per fortuna, si risolse nel migliore dei modi. Dove avvenne il guasto? All’interno del circuito elettrico n.13.
L’11 settembre è una data
che nessuno scorderà più. Molte le coincidenze e i giochi di numeri che lasciano
allibiti. Sono stati in tanti a notare che il numero 11, se osservato sotto
l’aspetto simbolico, ricorda proprio due torri. La data del disastro è il 9/11 e
se in America digitiamo queste cifre sulla tastiera del telefono ci risponde il
pronto interevento. Anche nel linguaggio parlato, spesso scherzosamente, il 911
è una chiara richiesta di aiuto. Il primo aereo a schiantarsi sulle torri è
stato il volo 11 dell’American Airlines. A bordo c’erano 92 passeggeri (9+2=11).
A bordo del secondo aereo, il volo 77, c’erano 65 passeggeri (6+5=11). L’11
settembre è il 254esimo giorno dell’anno (2+5+4=11).
Quanti casi insoliti, quante stranezze in questo mondo del quale crediamo di sapere tutto. Coincidenze? Chiamiamole pure così, ma non scordiamoci di aggiungere sempre un mastodontico punto interrogativo.
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La passeggiata della monaca

La Canonica di Borley era un edificio di trentacinque stanze costruito nel 1863 a Borley, villaggio della contea dell'Essex, 60 miglia a nord-est di Londra, e distrutto nel 1944. Divenne famoso perché sarebbe stato infestato dai fantasmi. Il reverendo Henry Dawson Ellis Bull lo fa costruire come canonica nel 1863; lui e i suoi discendenti vi abitano per sessantacinque anni, fino al 1927, poi lasciano la casa al nuovo parroco, il reverendo Guy Smith, che vi abiterà con la moglie per meno di un anno. In seguito alle voci di infestazioni spiritiche, Smith chiede aiuto al Daily Mirror, che manda da lui il noto studioso di parapsicologia Harry Price insieme con un giornalista. Dal 1930 la casa viene abitata dall'anziano reverendo Lionel Foyster con la giovane moglie Marianne. Foyster annota nel proprio diario una serie di strani fenomeni: pietre e libri che volano, campanelli che suonano da soli, oggetti che spariscono e altri che appaiono all'improvviso, colpi e getti d'acqua che disturbano il sonno dei residenti. Il pastore tenta un esorcismo che però non ha alcun effetto. Una notte la moglie vede anche una grande forma scura, simile a un enorme pipistrello, impossibile da identificare. Dopo qualche tempo, si cominciano a rinvenire anche misteriosi messaggi in cui si implora aiuto, scritte sui muri, richieste di preghiere e di messe. Nel 1935 i Foyster abbandonano la casa, e solo nel 1937 arriva un nuovo inquilino, lo stesso Harry Price che aveva già visitato la casa nel 1929 e che vi fa abitare, a rotazione, 48 investigatori assoldati tramite un annuncio su un giornale locale. Una cupa leggenda popolare racconta che sul luogo dove il reverendo Bull ha eretto il rettorato sorgeva anticamente un monastero. Una monaca rinchiusa tra quelle mura si innamora, ricambiata, di un giovane cocchiere. Dopo alcuni incontri, con la complicità di un frate, i due decidono di fuggire e, una notte, il frate li fa salire su una carrozza e sferza i cavalli al galoppo. Però al monastero qualcuno dà l'allarme e la carrozza viene bloccata. Dopo un processo sommario, il frate e il cocchiere vengono giustiziati, e la giovane monaca murata viva in una cella sotterranea. Dagli abitanti della zona, Harry Price viene a sapere che, nel corso dei decenni, molti testimoni avrebbero visto dopo il tramonto una monaca in abiti neri percorrere a testa china il viottolo che unisce il rettorato al limitare del bosco, tanto che quel viottolo è chiamato "sentiero della monaca". Harry Price decide di ricorrere alle sedute medianiche, attraverso le quali verrebbe contattato lo spirito di una suora francese cattolica, Maria Lairre, vissuta nel XVII secolo. Nel 1939 un incendio rade al suolo il rettorato. Un'inchiesta svela che l'incendio è il risultato di una tentata frode alla compagnia assicurativa da parte del nuovo proprietario, il capitano W. E. Gregson. Nel 1943 Harry e i suoi collaboratori decidono di avviare degli scavi, che portano alla luce un osso parietale e una mandibola con cinque denti ancora inseriti. All'esame necroscopico i resti risultano appartenere a un essere umano di sesso femminile e di età inferiore ai trent'anni, che rappresenterebbe la monaca della leggenda. I resti vengono sepolti cristianamente. Già dal 1938, tuttavia, si sapeva che la parrocchia non era stata costruita sopra un antico monastero, ma sopra il terreno nel quale erano state sepolte le vittime di un'epidemia di peste del XVII secolo, e che in passato erano stati trovati molti altri resti umani. Nel 1944 le rovine dell'edificio vengono distrutte.
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Rumori di guerra dieci anni dopo
All'inizio dell'agosto 1951,
il sonno di due cognate inglesi che si trovavano in vacanza in Francia
fu disturbato da rombi di cannone. Non ci volle molto perché si
rendessero conto che stavano udendo i rumori di una guerra, che
continuarono in modo intermittente per tre ore consecutive.
Il giorno dopo, quando le donne, molto scosse, cercarono di scoprire che cosa fosse successo, trasecolarono nell'apprendere dal giornale che non era stata combattuta nessuna battaglia. Nessuno, inoltre, aveva sentito rumori.
Fecero però altre ricerche, e così vennero a sapere che il luogo delle loro vacanze, Puys, sulla spiaggia presso Dieppe, durante la seconda guerra mondiale era stato una zona occupata e intensivamente fortificata. Qui, quasi nove anni esatti prima, gli Alleati avevano organizzato un'invasione destinata ad essere la prova generale in previsione dell'attacco del D-Day. Purtroppo, l'invasione richiese un costo umano elevatissimo. Più della metà dei 6086 uomini che sbarcarono il 19 agosto 1942 furono uccisi, feriti o fatti prigionieri.
Le donne capirono ben presto che i rumori da loro uditi erano una riproduzione acustica quasi esatta di quella battaglia, come se si fossero trovate sul posto nel momento in cui ebbe luogo. Esse sentirono il fragore di un bombardamento d'artiglieria e grida alle prime ore dell'alba "intorno alle quattro" e lo strepito cessò di colpo cinquanta minuti dopo: il fuoco dei cannoni iniziò nella realtà alle 3.47 di mattina e terminò, secondo le cronache dell'esercito, alle 4.50. Le donne udirono il rombo dei bombardieri e le urla degli uomini, e di nuovo il silenzio, e ancora una volta i documenti dell’esercito confermarono che il bombardamento era cessato pressappoco allo stesso orario, dalle 5.07 alle 5.40.
Ogni rumore che esse avevano sentito coincideva con quelli della battaglia che, particolare interessante, secondo i rapporti militari era cessata alle sei, cioè alla stessa ora in cui tutti i rumori del combattimento uditi dalle due donne erano cessati. Esse avvertirono ancora per un'ora le grida di dolore dei feriti e dei moribondi, che si fecero sempre più deboli col passare del tempo.
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Il ragazzo uscito dal nulla
Kaspar Hauser può far
pensare che sia disceso dal cielo. Apparve per le strade di Norimberga
nel 1828, a malapena in grado di camminare e pronunciare il suo nome.
Secondo una lettera malamente scarabocchiata che gli fu trovata addosso,
aveva sedici anni. Ma la lettera, indirizzata al capitano del 6°
Reggimento di cavalleria di stanza nella città tedesca, offriva pochi
altri particolari sul ragazzo. "Se non volete tenerlo", vi era
scritto, "ammazzatelo o impiccatelo a un comignolo."
Il carceriere locale s'impietosì e lo accolse in casa sua, insegnandogli lentamente a parlare. Tutto quello che il ragazzo riusciva a ricordare era che era stato allevato nell'oscurità in un bugigattolo poco più grande di un armadio a muro, con una dieta di pane e acqua. Sembrava che vedesse le cose più comuni per la prima volta; fu notato, per esempio, che, posto di fronte a una candela, continuava a cercare di strapparne la fiammella con le dita. Ma il suo senso della vista era così acuto che - a quanto fu scritto - riusciva a leggere al buio e vedere le stelle durante il giorno. Kaspar era inoltre ambidestro, e aveva una spiccata avversione per la carne.
Data la sua situazione, l’intera città di Norimberga lo adottò, trattandolo come un proprio cittadino. Fu affidato alle cure personali di un certo professor Daumer, e ottenne anche l'attenzione di persone altolocate sia tedesche, sia del resto dell'Europa.
Poi, il 17 ottobre 1829, Kaspar fu trovato nella casa di Daumer con la fronte sanguinante per una ferita da coltello inferta da un uomo dalla maschera nera che era comparso all'improvviso e l'aveva colpito. Nel 1831, il ragazzo rimase di nuovo ferito alla fronte da un colpo di pistola partito accidentalmente. Il 14 dicembre 1833 Kaspar Hauser fuggì da un parco innevato mortalmente ferito da un'altra coltellata. Fu condotta una ricerca nel giardino, ma l'arma non fu trovata; fatto ancora più misterioso, nella neve fresca erano impresse soltanto le orme di Kaspar. Morì tre giorni dopo.
Von Feurbach, uno dei suoi biografi, scrisse dell'enigma di Norimberga: "Kaspar Hauser rivelò una così completa deficienza di parole e d'idee, una così perfetta ignoranza delle cose e degli aspetti della natura, e un tale orrore per tutti i costumi, le convenienze e le necessità della vita civile, e inoltre tali straordinarie peculiarità nel suo atteggiamento sociale, mentale e fisico, che potrebbe autorizzarci a pensare a lui come al cittadino di un altro pianeta, trasferito per qualche miracolo sul nostro".
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